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ci sono uova

[storia anacronistica di metafisica bucolica]

Erano i giorni della luna a mezzo, e in fondo la luna neppure si vedeva. Troppo forte il sole in quello spaccato inciso tra collina e pianura, perfettamente intersecato, perfettamente dis-armonico e ardito in quei paesaggi pluralisti e sospesi.

Erano i giorni in cui ci si imbarcava per navi a carbone con equipaggi vintage, locomotive sbuffanti guidati da macchinisti con quei buffi berretti blu a visiera piatta.

Erano i giorni in cui si scappava da se stessi, o meglio, si scappava da alter-ità personali, di personalità e vite quasi dimenticate. Si prendevano pochi stracci, li si buttava alla rinfusa dove capitava e si andava alla ricerca, lanciandosi in camminate improvvisate e saporite, come tutte quelle bacche raccolte per strade circondate solo da alberi, verde e cimiteri.

Si vagava tra una curva e l’altra, fossero esse cieche a rischio scontro, fossero esse visibili e calcolabili, magari a spanne.

L’immanenza, in mezzo a tutto quell’animismo naturalistico, venne generosamente concessa da un soggetto cartaceo rettangolare e impreciso, dipinto a mano, rifinito con la passione di chi non vive che per quel “ci sono uova”.

Null’altro. “Ci sono uova”, e la parola, stranamente, si fermò.

Non c’era altro da dire, null’altro.

                                                                                                                                                                                                      

Pubblicato il 1/8/2004 alle 21.50 nella rubrica eXistenZ.

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