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gravità newtoniana (salamandrina)

Qui si parla di nuvole scese d'improvviso, di quelle che ti circondano tutto d'un colpo e che ti nascondono pure i piedi, per cui uno non sa neppure più dov’è appoggiato.

Sembra di essere in un campanile altissimo in cui scruti l'orizzonte coperto da nebbia e una buona dose di umidità, di quell’umidità che fai fatica a respirare e rimani sempre col fiato ridotto.

Quel campanile è un campanile così alto che non si riesce neppure a vederne la base, e la cosa peggiore è che non ha neppure i parapetti, per cui l'unica soluzione è camminare carponi, intorpidito dal terrore, fino a quando la nostra tipica (in)coscienza ci fa alzare senza remore, quasi che nessuna vita valesse la pena essere vissuta.

La realtà è che ciò che viviamo è composto di chiavi perse, cervelli in fuga e cuori ricuciti e ogni tanto capita che un goccia di sangue attraversi una di queste cuciture ben rattoppate e attraversi di soppiatto tutto il nostro corpo, centimetro dopo centimetro, bruciando più del dovuto, fino a quando un signore (in)distinto con la bombetta e un sorriso sulle labbra ci si avvicina, appoggia la lingua laddove la goccia sta giungendo e lenisce il dolore, rinfrescando quel solco segnato.

Quel solco, rigato alla vista e ruvido al tatto, è l’accumulazione di tipologie di linguaggi che ci ostiniamo a decrittare da veri anatomisti, da veri patologi dell’espressività più artigianale e veritiera, quella, per dirla tutta e senza remore, quella istintiva ed assassina, quella che uccide il padre per poi fermarsi ad osservarne il cadavere, tra sdegno e fierezza.

                                                                                                                                                                                                              

Pubblicato il 28/7/2004 alle 21.11 nella rubrica eXistenZ.

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