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In un benestante paese di cinquemila anime del ricco nord-est le elezioni a sindaco si vivono con un basso profilo tutto friulano. Calma e tranquillità apparente, pochi cartelloni incollati a deturpare il verde e gli spazi di cui gode quell’agglomerato così vivibile, sembra che il paesino sia avvolto da parole pronunciate a bassa voce.

Sarà lo stato di attesa per risultati incerti come non mai, sarà la fredda dignità che una giornata di nuvolette un po’ maliziose riesce a trasmettere a tutto ciò che si trova sotto di esse, ma fare una passeggiata di un quarto d’ora e ritorno per recarsi al proprio seggio, nella vecchia biblioteca, infonde quella medesima sensazione di ovattamento che il piccolo centro vive.

Pochi candidati in giro a farsi vedere, in disparte, tra tensione mal celata e timidi scambi di sorrisi di chi non vuole apparire troppo invasivo e sovra-esposto nel giorno della scelta.

Fuori dal seggio la solita coppia di carabinieri, ad annoiarsi per difendere da chissà cosa quegli scrigni di futuro comunale, mentre chiacchiera di clima, vacanze e giornate al mare saltate con qualche elettore più socievole di altri.

L’ex-biblioteca, quella in cui a dieci anni andavo a spulciare per trovare vecchi numeri di Topolino anni ’70, persa la sua originaria forma e funzione, accoglie giovincelli al primo voto, esperti votanti quarantennali, ragazzi che brandiscono il proprio certificato elettorale stancamente fissandolo, quasi da un momento all’altro potesse cambiare forma colore o sostanza sotto i propri occhi.

Io ed E. entriamo, fingiamo di dare un’occhiata ai cartelloni esposti, o forse li guardiamo veramente, perché tutte le preferenze da scrivere mano a mano mica si possono ricordare a distanza di dieci minuti dall’ultima occhiata, per strada, a quegli orridi cartelloni.

Ci avviciniamo ai banchetti, con Martina ci lasciamo andare alle solite battute e sorrisi, non ricordo neppure su cosa, parte la procedura “signor …, si diriga alla cabina due”. Entro, momento di vuoto, partono le croci, poi via ai nomi. Riguardo le schede, il pensiero alla possibilità di aver sbagliato a votare, non si sa mai. Altra occhiata, rapida rapida, la mente è staccata, meccanicamente piego le schede, esco, sorrido ancora con Martina, “il signor … ha votato”. Aspetto E., usciamo dal luogo in cui anche se si parla sembra che ci sia solo un gran silenzio attorno, peggio di un cimitero.

Si torna verso casa. Un aperitivo per rimettere in sesto il naso otturato e per sciogliere un pò i muscoli dello stomaco ci vuole tutto.

 

Pubblicato il 13/6/2004 alle 20.6 nella rubrica chi sono dove sono quando sono assente di me?.

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