.
Annunci online

  nilus ovvero finzione e realtà..surrealismo e volontà..
 
Diario
 


posologia: non prendere nilus troppo sul serio, rischio intossicazione da pseudo-concettualismo
 
are you experienced?
 
 
revolution 3/ nil us
 
 
perché nilus?

perché nilus è il nilo...
è un flusso... di parole...
di pensieri... di stati mentali
perché nilus è un nick..come poteva esserlo mr pink
perché nilus è anonimo
perchè nilus è un fumetto
perchè nilus è multiforme
perchè nilus è il disimpegno

 
 
scrivetemi a:
nilus1979@katamail.com
 
 
 
il razionalista
Il razionalista vive in un mondo empirico e fisico. Il razionalista è pragmatico e calcolatore.
Il razionalista è pratico e razionale. Il razionalista è lucido.
Ad un certo punto il razionalista si sente inabile a gestire la vita.
Il razionalista ha bisogno di bruciare il proprio cervello.
Il razionalista beve di solito.
Ma il razionalista usa la ragione.
Il razionalista pondera ciò che fa. Quando il razionalista non pondera ciò che fa non fa mai stronzate allucinanti.
Il razionalista ha bisogno di allucinogeni. Il razionalista ha bisogno di non controllo.
Il razionalista ha bisogno di vivere una vita surreale.
Il razionalista non deve pensare ciò che è bene e ciò che è male.
Il razionalista deve fare ciò che l’istinto ordina. Il razionalista deve morire.
Al posto del razionalista deve nascere un semi-allucinato-razionale.


24 giugno 2004

cosimo l’idraulico

Io Cosimo l’idraulico non l’ho mai visto. Accento pugliese, me lo immagino con barba un po’ incolta, qualche chilo di troppo e la camicia abbottonata anche d’estate.

Cosimo al telefono ha toni un po’ bruschi, tipici di chi non ha tempo da perdere e non vuole sentire troppe spiegazioni su tubi, boiler e chissà quant’altro.

Preventivi, pezzi di ricambio, lavori da disossar muri e piastrelle, nessun problema, ci pensa lui, lui e il suo fido aiutante, che chissà che faccia ha perché io mica l’ho visto, manco quello.

Il numero di telefono di Cosimo l’idraulico, che mi diede l’amministratore di condominio, faccia da piacione e accento meneghino, alto di statura e sempre pronto al consiglio tipico del buon padre di famiglia, lo conservo gelosamente da mesi nella mia rubrica telefonica, quasi abbia dovuto metabolizzarlo del tutto, cifra dopo cifra, prima di schiacciare quel bottoncino che mi ci ha fatto parlare per la prima volta venerdì scorso.

Da quel venerdì ne è passata di acqua sotto i ponti e dentro i tubi. Ma il boiler, sempre inagibile, non aspetta altro che le sue abili e decise mani compiano il miracolo, affinché le mie stanche membra possano finalmente evitare di godere del privilegio di congelarsi ad ogni doccia mattutina decidano di regalarsi.

 




permalink | inviato da il 24/6/2004 alle 21:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


21 giugno 2004

mangiamoci a colazione

La mattina si svegliò. Le tapparelle facevano intravedere luci indistinguibili.

La luce, così flebile e fredda, nonostante fossimo in piena estate, non permetteva di delineare alcuna figura accanto alla sua. Era un’ombra nuda e cruda, come se ne vedono tante solo d’inverno.

Sì, era in effetti molto strano che in pieno agosto la camera da letto fosse così fredda e indecifrabile.

Si girò, pose la mano laddove lei doveva trovarsi. La sua mano si inumidì. Il torpore derivante dal sonno non gli consentì di capire all’istante. Alzò la propria mano e la sentì incrostarsi in un liquido a quel momento indecifrabile.

A quel punto realizzò. Non accese neppure la luce. Raccolse il coltello che trovò ai piedi del letto. Si avvicinò alla porta. Lo stomaco iniziò a contrarsi. Giunse al corridoio ed iniziò a vomitare, senza controllo ed esitazione.

Prese il coltello ed iniziò a ferirsi. Non ebbe il coraggio di affondare la lama. In realtà gli bastava solo scorgere il liquido rosso cadere ad ampie gocce a terra.

Non arrivò neppure alla cucina. Si distese a terra, con quel coltello in mano.

Chiuse gli occhi per riaddormentarsi. Respirò profondamente, appoggiando il coltello sul pavimento.

Cadde in un torpore improvviso. I sogni popolarono la sua mente.

Si risvegliò dopo qualche minuto e il coltello a striature rosse sembrò sparire, quasi non fosse mai esistito. 

 




permalink | inviato da il 21/6/2004 alle 20:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (28) | Versione per la stampa


21 giugno 2004

deal done

Per quanto sia ipotizzabile, l’estensibilità del pensiero cerebrale verso lidi che di cerebrale hanno ben poco se non l’appendice, è questione da porsi esclusivamente in termini di parola riempita di soluzioni esportabili in maniera specifica, isolata e monopolista (per i teorici dell’economia sarebbe più corretto parlare di monopsonio, a dire il vero).

In realtà la questione da porsi è se parola, linguaggio e pensiero, l’uno mezzo degli altri in un circolo decisamente non spezzabile, dicevo, parola linguaggio e pensiero possano suscitare qualsivoglia conseguenza di natura fisica o rimanere astratta inerzia, perdendo di fatto, in questo secondo caso, quella forza propulsiva che chiunque abbia coraggio ed incoscienza di digitare un tasto su quel foglio bianco che ha di fronte a sè millanta ad ogni occasione.

La questione è ontologica, di certo. Provate, voi, ad eliminare la sostanza dell’effetto alter-dimensionale (ovverosia la fisicità) da parola, pensiero e linguaggio. Il “prodotto finito” che ne otterrete risulterà un bene castrato delle sue prerogative, oserei dire minato delle sue basi e ragion d’essere.

Tuttavia la questione, da ontologica, diventa di per sé finalistica. Il passo è breve. Il non-accadimento dell’essenza “effetto reale”, minando il peso specifico del risultato “prodotto finito” minerà a sua volta la logica (istintiva, razionale, metabolizzata, inconscia o quant’altro non importa) per cui si ricerca l’atto della fusione tra parola linguaggio e pensiero in uno o più corpi “materia fisica”. La sostanza di questo processo di natura degenerativa porterà in maniera diretta ed univoca alla negazione della motivazione e della causa per cui dare flusso a parola linguaggio e pensiero (pa-per-ling), giungendo, in-fine e in-principio, alla negazione stessa della trinità di cui sopra (pa-per-ling).

Per l’alimentazione della nostra trinità (pa-per-ling) e per il rifiuto di sterilità e nichilismo espressivi l’unica strada percorribile, risulta, in sé, quella della ricerca, maniacale, circolare ed infinita, della transustanziazione della trinità in “effetto reale”.

 




permalink | inviato da il 21/6/2004 alle 0:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (44) | Versione per la stampa


19 giugno 2004

stardust, 11 giugno 2004

Premesso che:

1. il sottoscrivente aveva inoltrato domanda presso il consiglio criminale interglobale di stardust  per ottenere il beneficio della nomina ad alteratore professionale ai sensi dell’ART 3 D.L. 213/4002

2. la domanda si fondava sul fatto che lo scrivente stava svolgendo attività di praticantato pluriennale presso il dichiarato luogo di perdizione lunare

3. al consiglio criminale interglobale di stardust gli venivano date assicurazioni che non sarebbero sorti problemi in merito all’accettazione della domanda presentata proprio perché l’attività di praticantato rientra espressamente in una delle fattispecie previste dell’ART 3 D.L. 213/4002

4. in data 21 giugno 2004 lo scrivente si vedrà recapitare una lettera raccomandata del consiglio criminale interglobale di stardust con la quale si respingerà la domanda di ottenimento della nomina ad alteratore professionale con l’affermazione “ha già usufruito dei benefici sostanziali (sebbene non formali) di alteratore professionale, quale iscritto a luogo di pratica, culto e manipolazione ad imprescrittibile categoria pro-sofistificatoria (ART 3 D.L. 213/4002)”.

 

Ciò posto, lo scrivente chiede che questo ministero voglia annullare la decisione del consiglio criminale interglobale di stardust e ammettere il sottoscritto all’agognata nomina di alteratore professionale.

Allega:

a. copia della dichiarazione del luogo di perdizione presso la quale lo scrivente sta svolgendo l’attività di praticantato in questione

b. casistica annuale e documentazione sull’attività sofisticatrice dello scrivente stesso

In fede

ni(hi)lus

                                                                                                                                 




permalink | inviato da il 19/6/2004 alle 13:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


17 giugno 2004

arsura

Oggi ho mangiato uno spiedino di pesce.

I gamberetti erano un po’ mollicci e salati, e non ho potuto fare altro che attaccarmi all’acqua gasata per cercare di lenire quella sensazione di arsura tra labbra, lingua e palato.

Oggi il piatto era scheggiato. Non ho ancora capito se la scheggia l’ho ingoiata oppure no. Ancora non sento nulla, magari un chirurgo tra qualche anno troverà un pezzo di ceramica scrostato diventato chissà cosa, proprio lì dentro, nella mia pancia.

Dello spiedino ricordo che c’erano tanti tipi di pesce, di cui però non conosco i nomi. Ma in fondo non ci tengo a darne, di nomi.

Il medico da cui andrò a farmi visitare mi farà l’anamnesi, mi regalerà un bel quantitativo di medicine e io inizierò, come sempre, a prenderne le prime, per poi lasciarle sul comodino, ad accumulare polvere su polvere che la notte inspirerò tutta quanta col mio naso, fino a morire di allergia, mia cronica, invasiva e splendidamente perenne compagna di vita.

Oggi ho tanta sete, vado ad ossigenarmi i polmoni con un po’ di acqua gasata.

 




permalink | inviato da il 17/6/2004 alle 23:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


14 giugno 2004

il signore del piano terra

La signora del quinto piano la incontro ogni mattina mentre parla col signore del piano terra.

Il signore del piano terra, sempre in canottiera, vanitoso della sua capigliatura più che brizzolata, è in grado di attaccarti interminabili bottoni sulla porta condominiale che qualche disgraziato non chiude mai del tutto e di tutti i rischi annessi e connessi con questi brutti ceffi che ormai girano anche di giorno, sì, mica solo di notte, mi dice sempre, che magari ti si infilano per la porta e poi entrano in casa quando meno te l’aspetti e poi che non si dica che lui non l’aveva detto, no no.

Altre volte è capace di blindarti in zona cassetta delle lettere mentre tu, veloce come un ladro proprio per non farti beccare, smanetti più rapido che puoi la tua chiavetta. Sorriso di circostanza, sguardo distolto velocemente, primo passo di fuga, tutto sembra filare per il meglio. Poi la sua voce, tipo disgrazia che colpisce te, solo te, e nessun altro, perché ad esserne almeno in due ti smazzi a metà la tua quota di sfiga, porca miseria.

Peggio di quelle vecchiette so-tutto che si vedono nei film, il caro signore del piano terra prorompe in cascate di parole su clima, caldo, politica, rifiuti non differenziati, parcheggi e Navigli in degrado.

Una logorroica accozzaglia di luoghi comuni, pensiero da bar in salsa verde, qualche tocco di populismo e razzismo spicciolo e, ovviamente, l’espressione in faccia dell’esperto in tuttologia, di quelli che non capiscono come mai il mondo non abbia ancora riconosciuto il proprio enorme talento.

Decidi di ribattere? E’ finita, non lo schiodi più. Annuisci timidamente per andartene? Manco morto, peggio di un cagnaccio affamato, il signore del piano terra l’osso a forma della tua faccia non lo molla neanche a prenderlo a calci.

Che poi quei poveretti del quarto piano, sì, insomma quei poveri anziani soli, non so se lo sa, che l’idraulico per riparare un rubinetto distrusse i tubi di mezzo condominio riuscendo chissà come a farci finire dentro pezzi di muro e fors’anche qualche attrezzo, mi hanno detto, e così siamo rimasti senz’acqua per due giorni di fila, non so se si ricorda, guardi, un mezzo disastro. Che poi io, per carità, mica li accuso quei poveri vecchi, ci mancherebbe, però guardi, lo dico sempre io che certe cose bisogna farle fare a gente che le sa fare, mica come quell’idraulico che si vedeva in faccia che non ci capiva niente” così almeno il signore del piano terra mi raccontò, in uno dei suoi improvvisati simposi sugli scalini d’ingresso mentre io cercavo di sgattaiolare per quella porta di uscita chiamata salvezza.

 




permalink | inviato da il 14/6/2004 alle 21:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


13 giugno 2004

history repeating

In un benestante paese di cinquemila anime del ricco nord-est le elezioni a sindaco si vivono con un basso profilo tutto friulano. Calma e tranquillità apparente, pochi cartelloni incollati a deturpare il verde e gli spazi di cui gode quell’agglomerato così vivibile, sembra che il paesino sia avvolto da parole pronunciate a bassa voce.

Sarà lo stato di attesa per risultati incerti come non mai, sarà la fredda dignità che una giornata di nuvolette un po’ maliziose riesce a trasmettere a tutto ciò che si trova sotto di esse, ma fare una passeggiata di un quarto d’ora e ritorno per recarsi al proprio seggio, nella vecchia biblioteca, infonde quella medesima sensazione di ovattamento che il piccolo centro vive.

Pochi candidati in giro a farsi vedere, in disparte, tra tensione mal celata e timidi scambi di sorrisi di chi non vuole apparire troppo invasivo e sovra-esposto nel giorno della scelta.

Fuori dal seggio la solita coppia di carabinieri, ad annoiarsi per difendere da chissà cosa quegli scrigni di futuro comunale, mentre chiacchiera di clima, vacanze e giornate al mare saltate con qualche elettore più socievole di altri.

L’ex-biblioteca, quella in cui a dieci anni andavo a spulciare per trovare vecchi numeri di Topolino anni ’70, persa la sua originaria forma e funzione, accoglie giovincelli al primo voto, esperti votanti quarantennali, ragazzi che brandiscono il proprio certificato elettorale stancamente fissandolo, quasi da un momento all’altro potesse cambiare forma colore o sostanza sotto i propri occhi.

Io ed E. entriamo, fingiamo di dare un’occhiata ai cartelloni esposti, o forse li guardiamo veramente, perché tutte le preferenze da scrivere mano a mano mica si possono ricordare a distanza di dieci minuti dall’ultima occhiata, per strada, a quegli orridi cartelloni.

Ci avviciniamo ai banchetti, con Martina ci lasciamo andare alle solite battute e sorrisi, non ricordo neppure su cosa, parte la procedura “signor …, si diriga alla cabina due”. Entro, momento di vuoto, partono le croci, poi via ai nomi. Riguardo le schede, il pensiero alla possibilità di aver sbagliato a votare, non si sa mai. Altra occhiata, rapida rapida, la mente è staccata, meccanicamente piego le schede, esco, sorrido ancora con Martina, “il signor … ha votato”. Aspetto E., usciamo dal luogo in cui anche se si parla sembra che ci sia solo un gran silenzio attorno, peggio di un cimitero.

Si torna verso casa. Un aperitivo per rimettere in sesto il naso otturato e per sciogliere un pò i muscoli dello stomaco ci vuole tutto.

 




permalink | inviato da il 13/6/2004 alle 20:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


10 giugno 2004

bauhtbeatbek mon amour, non si scappa dal proprio destino anche se non ci si crede

bauhtbeatbek mon amour,

è incomprensibile come i meandri di ciò per cui punto permettano l’affluire di corsi d’acqua e paradisi artificiali. Orbene, siamo qui giunti all’allitterazione del concetto, si badi bene, del concetto, non della parola chiamata anche musicalità.

Lo stridere di oggetti acuminati con sostanzialità lì di fronte.

Ebbene, quante volte, ditelo, quante volte gettate le vostre occhiate su quello che vi circonda? Quante volte avete preteso che la vostra occhiata definisse il quadro?

Sguardo allo sfondo, focalizzazione sull’ambiente di riferimento.

Io, che pecco di curiosità, ingordigia, presunzione, eccomi qui. Signori, stasera (non) si recita a soggetto. O forse sì. Vedete, qui l’accadimento è funzionale alla rappresentazione. O forse no.

Vi capita mai di essere colpiti da un

La presenza dello sguardo in un quadro improvvisato

(s)oggetto in avvicinamento, quantificabile in una contraddittorietà di fondo imprescindibile?

Questa serata, signori, è serata di domande e poche risposte.

Per quelle c’è sempre tempo. O forse mai.

Lo sguardo si direziona verso un passato prossimo di piena e pura opacità.

 

poison pill

[eterno ritorno, 21 gennaio 2004] 

mitridatizzarsi

bauhtbeatbek mon amour, non si scappa dal proprio destino anche se non ci si crede

bauhbeatbek mon amour, lo riscopro dopo qualche coppia di quindicina di salir e calar del sol, e l’interazione magnetica mi lega a nodo scorsoio con questi signori compositi ed eterogenei che risuonano là dentro, talvolta come se le cellule non rispondessero, altre volte con l’eccitazione di quegli elettroni che continuano a ruotare, si scontrano, forse non scintillano ma godono di quello che vedono scorrere davanti agli occhi, hai presente quelle aperture a vetro un po’ opaco che filtrano e trattengono tutto o almeno più che possono?

bene, lucy in the sky, stasera ci camminavo in mezzo al polo, poi passavo in quell’isola isolata e isolana, tipicamente isolana, solo soletto o insieme a tutti e nessuno, poi ancora in quel locale laggiù, ma poi dovevo uscirmene, non ne potevo più dovevo muovermi e poi uscivo e volevo sedermi di nuovo e allora capivo e mi sedevo per terra attento a non stropicciare troppo il mio bel vestito e intanto capivo che quel vestito potevo anche stracciarlo più o meno come san francesco davanti al vescovo, che poi effettivamente le mie continue citazioni religiose mi inquietano, sembrano quasi metabolizzate ma poi riemergono come un vulcano che sputa fuori il suo magma ma anche carboni ardenti polvere fumo e sassi ciottolosi, di quelli vuoti all’interno, per intendersi

bauhbeatbek, sì, bauhbeatbek mon amour, e non ci sarà nulla, nulla che scrosterà quel residuo tra le vertebre che decide i miei movimenti

---------------------------flowing----------------------------------------------------------------------

basterebbe continuare ad ascoltare, stasera sono ecce homo e potrei stare tutta la notte a pigiare tasti su questa cazzo di tastiera senza avere paura di nulla, della morte, della vita, della morte fino a quando se ne parla e non la si tocca se non attraverso i film, della vita quello sempre perché della vita non si ha paura ma la si teme, la si cavalca ma si ha paura di esserne disarcionati

l’amore è quella parola composita e pornografica estrema viziosa schifosa e ripugnante delicata e incorruttibile e l’amore lo si prova per tutto con tre t per niente come il nihil

il nihil è quella cosa che quando cammini a qualche grado sotto zero e stai tutto coperto con il bavero alto non temi se sbuca da un angolo buio e milanese un maniaco assassino perché tanto becca un altro e io sto guardare tanto non mi può succedere niente che non sia nihil

l’opera omnia si compie in una notte, che per quanto eterna prima o poi finirà e allora domani mattina farò colazione con cappuccino e toast e non avrò paura di berci sopra un succo all’arancia nonostante il viso stravolto e gli occhi ancora più pesti di quelli che ho di solito

oggi ho perso un po’ di sangue, è andato ad arricchire quel po’ di carte che maneggiavo, ed era più o meno come il mio tributo personale al mio cervello derubricato da realtà ed irrealtà o forse meta-realtà

meta ha in sé quell’idea di sospensione tra ciò che è ciò che potrebbe e ciò che non è, e l’interpretazione del pensiero è quello che fa eccitare i miei elettroni, fino alla prossima eccitazione, e io sono un volubile che diventa sanguisuga, entità in cui mi diletto a diventare e trasfondermi

datemi il vostro sangue, ve ne darò di mio, poi lo scambierò perché quello scorrere del flusso sanguigno e cronologico brucerà qualunque idea di eternità

revolution 3/

 

 




permalink | inviato da il 10/6/2004 alle 22:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (35) | Versione per la stampa


9 giugno 2004

spartiti

Negli stati di alterazione delle percezioni ogni causa diventa effetto ed ogni effetto si disperde tra pensieri, parole, sequenzialità sonore e occhiali non più inforcati.

Qualche vecchio saggio suggerì che la probabilità di giungere al punto in quegli stati si riduce in maniera sostanziale, provocando di riflusso una deriva verso soggetti (caratteri, ndr) pariteticamente definibili come residuali, ovverosia non specificamente definibili.

Ebbene, cari lettori, per quanto in codesto mondo (alterità, ndr) ogni sostanzialità appaia mis-interpretata, la convinzione sulla prevalenza della componente essenza (indefinibile come da pre-trattati, ndr) provoca, a ruota, l’idea che la praticabilità della dissociazione essendo salvezza, tormento e tantalico percorso, pervada ogni parola la vostra (a me) cara persona sia in grado di leggere, perdipiù musicalmente rielaborando, a soggetto, lo spartito di successione binaria contenuto in questo ambizioso calderone di pre-rappresentazioni.

I signori convengano che i tasti, per quanto sovrapposti e sconnessi, permettono a qualunque (cre)autore (di se stesso, ndr) di porre se stesso, in luogo di punti di piano intersecati da trasversali incidenti, nel (non)rappresentativo sistema di [xk§ç^].

 

(Non)fuggite, miei cari signori, siamo alla parola.

Tormentavi, quanto basterà a porvi lì a lato, perché il retro di arazzo che state disegnando con voi stessi vi servirà a malapena ad orientarvi in quello scarno contenitore laffuori.

 




permalink | inviato da il 9/6/2004 alle 21:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


8 giugno 2004

di buffet-tristezza in salsa varia

Al buffet-tristezza un piatto di pasta, anche se scotta ed insipida, non te lo rifiutano mai.

A dire il vero non lesinano neppure in fette di carne da farci suole per scarpe, in kiwi duri come cemento armato oppure, senza scelta, completamente spappolati, buoni per farci cene per vecchi senza denti.

Il buffet-tristezza è luogo di ritrovo multi-razziale, pluri-sociale e pure un po’ squallid-minimalista.

Con quei suoi tavoli su piastrelle color grigio-metropolitano, con quei lampadari anni ’60, con quelle sedie da bar di provincia, bè, ogni giorno che passa mi ricorda di più quell’atmosfera sotto-tono e sempre un po’ triste esalata dalla gavetta marcovaldesca.

Il buffet-tristezza però ti si attacca ai vestiti, quasi come le cipolle appena cotte.

E così non c’è verso di sfuggire ad un destino improvvisato. No no, non c’è modo. E così che fai? Non ti accontenti del pranzo, ma raddoppi, e ti ci butti a capofitto pure a colazione.

La signora taciturna a mezzo sorriso che ti porge il caffè in un locale vuoto, il figlio adolescente che spacca i timpani con musica improponibile dimenticandosi forse che a scuola si va ancora alla mattina, il padre, con camicie che non bastano mai a coprire del tutto quelle imbarazzanti rotondità, che batte lo scontrino mentre tu scrocchi qualche occhiata ai titoli del giornale di riferimento, brioche scipite senza quella bella crema carica e calorica che non assolvono neppure al ruolo standard richiesto.

Lo prometto, una mattina o l’altra, mi deciderò a cambiare cibo-pusher.

Una mattina o l’altra.

 

[filone analitico-sensoriale: effetti distorsivi nella ricerca peripatetico-infinitiva di estremi repulsivi di famelico confronto con esperienze di vite sepolte]

 




permalink | inviato da il 8/6/2004 alle 21:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


7 giugno 2004

io non sono cane-affettivo

“Ma il tuo bisnonno era di Pisa?”. Iniziò tutto così.

Una parola tira l’altra. “Di che sesso è il cane?”

“Il mio problema è la memoria. Ho ripetuto ossessivamente per tre giorni le stesse identiche medesime frasi. Torno a casa e la memoria si sgombra, manco un miseria di reminiscenza. O meglio, qualche piccola reminiscenza c’è, tipo quelle delle tradizioni orali, per cui ripeti pari pari la frasetta non curandoti della pronuncia, sia essa corretta, inventata o semplicemente storpiata come quando un siciliano trapiantato pronuncia ‘peace and love’ alla stregua di un vago ed incoraggiante ‘pisenlo’.

‘Li lavi tu – si diceva – a racchettoni nessuno dio ci benedica e quello che dorme lo impicchiamo la maglietta toglila la foto ottocento grammi in più sul piatto la testa nella sabbia no no’."

"Scusate le dimenticanze.”

[vuoto]

in un supermercato in un supermercato in un supermercato in un supermercato in un supermercato in un supermercato

"il mio cane si chiama ben (ito)"

in un supermercato

                                                                                                                            




permalink | inviato da il 7/6/2004 alle 20:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


4 giugno 2004

cronaca di un involontario tecno-suicidio, e ritorno

Ci mancava pure l’involontario suicidio a riempire la mia vita di blogger.

Vi pare che sia da me farmi fuori? E poi in questo modo, figuriamoci, mi vengono i capelli dritti solo all’idea che i capolavori contenuti qui dentro possano essere bruciati con un anonimo click di elimina.

Niente di tutto questo, cari prigionieri.

Ci sono delle cose che sono difficili da capire. Questa è una di quelle.

Uno si lascia andare a motivazioni alte ed ideali. Porta avanti il verbo del suo essere. Nega l’uguale eternità. Avanza dubbi sul nulla. Cerca quel fil rouge che lega tutto quello che ha davanti agli occhi, sia esso finta rappresentazione di una matrice un po’ invasiva, sia etichetta di un dado, chiamato anche dado.

Ci sono delle cose che sono difficili da capire. Questa è una di quelle, miei cari prigionieri.

Ecco, sì. Io l’html non l’ho mai capito. Per la verità non me ne è mai importato granchè di impararlo. Tipo il vecchio che pur di non imparare ad usare il telecomando della tivvù si alza ogni volta per aumentare ed abbassare il volume.

Bene. Anzi, male.

Stasera decido, per la prima volta, di prendere in mano il telecomando per rimuovere un vecchio e usurato tasto. Anzi, mica lo decido. Lo faccio e basta, in piena sindrome occhio spento ed espressione cerebrolesa. Seleziono un pezzo di codice di html dal dorso del mio blog. Lo cancello. Puf.

Tutto sparito, bianco. Porca miseria, due righette su una pappardella di settanta righe, cosa volete che sia. E invece, puf.

Tutto sparito, bianco.

Soprassediamo sugli stati d’animo immediatamente successivi. Soprassediamo sulle telefonate ed email destinatari chiunque immaginavo capisse qualcosa di ‘sto come si dice, html. Soprassediamo, soprassediamo, soprassediamo.

Dio stra-maledica le mie dita e quei grilli per la testa da dr Frankestein da due soldi.

Ah, e che Dio si ricordi di stra-benedire quel santo che mi ha riportato alla vita, meglio dell’adrenalina piantata nel cuore della signora Wallace in quella finzione pulp di mondo.

 

[per gli appassionati che non hanno seguito la vicenda, il vostro eroe nilus è rimasto oscurato per ore causa impedimento tecnologico dello stesso curatore di nilus, il quale in questo momento vi sta parlando in terza persona, mettiamo il caso non ve ne siate accorti]

 




permalink | inviato da il 4/6/2004 alle 1:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (30) | Versione per la stampa


2 giugno 2004

già che ci siete metteteci pure il titolo

Ho due pc accesi, una pila di libri sul comodino in arretrato, più di dieci film con cui ingozzarmi, uno dietro l’altro (tra cui capolavori come “il sergente maggiore Lubos”, “Henrietta Balashnikov”, “socio-biografia di un piromane”). Metteteci sopra un buon numero di cd più o meno nuovi con cui eroinizzarsi, la solita vagonata di email da scrivere in ovvio e indecente ritardo, la solita quota di numeri di telefono non digitati nonostante tutte le promesse, dividete tutto quanto per lo stato di rappresentazione che presuppone una svelta e fredda analisi di camicie stropicciate, sonni andati a male e cartoni di latte assenti dal frigo.

Ecco, a questo ritratto ci togliete la facoltà della parola, aggiungete altresì una certa qual accidia di fondo, moltiplicate il tutto per quello stato sottopelle di incontentabile, contraddittoria e frenetica calma. Appoggiate quindi i vostri bei piedini, un passo alla volta, sul percorso che vedremo sempre segnalato (qualcuno sostiene per aiutarci, ma in fondo non ci credo granchè) e che nessuno, state tranquilli, provvederà ad eliminare.

Indi sparate fuori la vostra dose di parole, opere, omissioni e consigli. Io vi ascolterò e registrerò tutto. Preparerò il caminetto che non ho, ogni oggetto per essere sterilizzato verrà messo a bollire nel calderone, rubato a chiunque si sia accampato qui dentro per più di qualche minuto.

Infine chiamerò il rigattiere e gli cederò tutto in blocco, per uno di quegli ovetti di cioccolato con cui si conquistano i bimbi.

Qualcuno ha da accendere?

                                                                                                                                                                                                       




permalink | inviato da il 2/6/2004 alle 17:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


2 giugno 2004

bande nere

Stanotte hanno cercato di derubarmi tre volte.

Non mi era mai successo in tutta la mia vita. Che poi dici che le cose non succedono tutte assieme, quando meno te l’aspetti, tranquillo e beato con la tua borsa, tutto imbellettato col vestitino di circostanza.

Un attimo prima sei in un ufficio. L’attimo successivo ti ritrovi sbalzato in una zona sconosciuta, totalmente, non fosse per il nome che diventa etichetta e che ti ricorda le cartine della metropolitana milanese. Guarda caso il paesaggio ad ogni istante successivo si popola di particolari sempre più puntuali e concreti. Esci da un edificio che funge, improvvisato, da quasi ufficio e casa di due amici che tra loro nulla hanno a che fare.

Ogni istante un oggetto in più. Il dipinto si popola da solo, come ci fosse chi provvede a rappresentare gli eventi proprio lì, proprio in quel momento.

Esci da quell’edificio, arriva una macchina con dentro altri amici. Baci e abbracci, sorprese inconsce e meraviglia notturna. Gli amici spariscono d’improvviso, tanto veloci quanto erano apparsi ai tuoi occhi.

Esci da quell’edificio, decidi che fare, la metro lì ad un passo. Bande Nere. Quella che era solo etichetta si materializza, ci metti il naso dentro, scendi le scale.

Si avvicinano in due. Provano a sfilarti tutto quello che possono. Ti dimeni. Se ne vanno. Nessuno apre bocca. Poi ancora due. La scena si ripete, a distanza di qualche metro e secondo. Poi ancora un’altra volta.

Purissima incredulità, silenzio dei passanti. Scendi altre scale e ti ritrovi in un tram. È diventato giorno, d’improvviso. Parli con una signora accanto a te che ti spiega una parte di Milano splendida e mai vista prima, medievale e (in)credibile. Non perdi neppure tempo a raccontare ciò che ti è successo, tutto quanto ha il sapore di un ennesimo ritratto con qualche dimensione in più.

Il gallo ha cantato. La tensione svanisce e diventa sorriso.

 




permalink | inviato da il 2/6/2004 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


1 giugno 2004

prima uno poi l'altro

Il giorno che incontrai il mio boia non è mai esistito.

Non so perché ne parlo. Né voglio trovare motivazioni di sorta, inconsci da scomodare o surrealismo spicciolo a cui attingere.

Certe cose si vedono e basta, senza occhi né sensi.

Erano le tre e passa, non ricordo bene. L’orologio al buio non si illuminava abbastanza e a me, in fondo, non interessava saperne di più. Fossero state le tre, le quattro o le sei non sarebbe cambiato molto.

Hai presente quando pezzi di notti distanti mesi forse anni tra loro si ricongiungono destabilizzando quell’idea, quel ricordo che possiedi.

Quell’ibrido creato è la memoria. Strano che si materializzi così. Non servono foto, non servono deja vu. Non servono telefonate. Basta un piccolo flash. Quell'ibrido creato porta con sè la parola redloo, che si materializza in un colpo allo stomaco. Senza ferite, senza sentirlo.

Quella volta avevo la finestra aperta. Non mi succedeva mai, sempre chiuso ed intabarrato, in un buio totale, senza dimensioni. Invece quella volta me la sentii dentro e dovetti aprire tutto, e tutto mi sembrava normale, quasi non avessi vissuto nulla di diverso fino a quel momento.

Stanotte le dimensioni erano state dimenticate. Non c’era luce. Non c’era suono.

Un occhio aperto. Poi il secondo. A cercare di penetrare il buio.

Eppure rieccomi lì, dov’ero quella volta.

 




permalink | inviato da il 1/6/2004 alle 20:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa

sfoglia     maggio        luglio
 

 rubriche

Diario
cultura o bruttura
caro il mio wittgenstein
politica economia sui massimi sistemi
chi sono dove sono quando sono assente di me?
musica musica musica
oggi cucino io: nilus dalla padella alla brace
il confessionale
i racconti di mio cuggino
eXistenZ
4M

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

hydra
grim
arsenico
bloggopoly
calvin e gianfra in shockandawe
musk
bc
micca
harry
compagni di una vita liceale: cunctator
compagni di una vita liceale: oggi
compagni di una vita liceale: prosdo

tea
lapuntadelnaso
circonferenza

ilpostpiùbellodvdv

dailynilus, ovvero me stesso versione strillone

morris, compagno di una vita (ommioddio)

claudja
luigi castaldi

aria

ha salvato il mio blog, come farò a sdebitarmi?

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom