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  nilus ovvero finzione e realtà..surrealismo e volontà..
 
eXistenZ
 


posologia: non prendere nilus troppo sul serio, rischio intossicazione da pseudo-concettualismo
 
are you experienced?
 
 
revolution 3/ nil us
 
 
perché nilus?

perché nilus è il nilo...
è un flusso... di parole...
di pensieri... di stati mentali
perché nilus è un nick..come poteva esserlo mr pink
perché nilus è anonimo
perchè nilus è un fumetto
perchè nilus è multiforme
perchè nilus è il disimpegno

 
 
scrivetemi a:
nilus1979@katamail.com
 
 
 
il razionalista
Il razionalista vive in un mondo empirico e fisico. Il razionalista è pragmatico e calcolatore.
Il razionalista è pratico e razionale. Il razionalista è lucido.
Ad un certo punto il razionalista si sente inabile a gestire la vita.
Il razionalista ha bisogno di bruciare il proprio cervello.
Il razionalista beve di solito.
Ma il razionalista usa la ragione.
Il razionalista pondera ciò che fa. Quando il razionalista non pondera ciò che fa non fa mai stronzate allucinanti.
Il razionalista ha bisogno di allucinogeni. Il razionalista ha bisogno di non controllo.
Il razionalista ha bisogno di vivere una vita surreale.
Il razionalista non deve pensare ciò che è bene e ciò che è male.
Il razionalista deve fare ciò che l’istinto ordina. Il razionalista deve morire.
Al posto del razionalista deve nascere un semi-allucinato-razionale.


10 settembre 2004

Strategie contro l’architettura puntata prima di

[sottofondo, gracidare di krakrt, sordi e acuti stesso tempo]

Klank Friiiiz Buurrrd Krank Kiir Fzyzte

 

Abbandonato messianesimo domenicale, dove domenica sta a settimana come dio sta a terra, non pervenuto.

Inguaribile ottimista, credo nella crepapelle di qualsivoglia arpagone arragione ha raggione ha ragione in quanto ogni incrementalismo successivo a nostre esistenze muore muoiono fenicotture confetture miele formaggio e mostarda, o forse solo soletta sola sòla moutard.

Campiamo carrampiamoci carrampana con una una e nessuna di centomila errrre.

Crepiamoci la pelle, gongolati satinante di cremina ad uso e disuso di forse un qualche percento perceto percepito persiceto tutto ceto cetaceo bronzino brrr brrr breton brasil brazil bragato imbragato.

Imbragato, come imbranato. Ma imbragato.

Sì, imbragato. Imbragato, imbragatto.

Imbragato.

 




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1 agosto 2004

ci sono uova

[storia anacronistica di metafisica bucolica]

Erano i giorni della luna a mezzo, e in fondo la luna neppure si vedeva. Troppo forte il sole in quello spaccato inciso tra collina e pianura, perfettamente intersecato, perfettamente dis-armonico e ardito in quei paesaggi pluralisti e sospesi.

Erano i giorni in cui ci si imbarcava per navi a carbone con equipaggi vintage, locomotive sbuffanti guidati da macchinisti con quei buffi berretti blu a visiera piatta.

Erano i giorni in cui si scappava da se stessi, o meglio, si scappava da alter-ità personali, di personalità e vite quasi dimenticate. Si prendevano pochi stracci, li si buttava alla rinfusa dove capitava e si andava alla ricerca, lanciandosi in camminate improvvisate e saporite, come tutte quelle bacche raccolte per strade circondate solo da alberi, verde e cimiteri.

Si vagava tra una curva e l’altra, fossero esse cieche a rischio scontro, fossero esse visibili e calcolabili, magari a spanne.

L’immanenza, in mezzo a tutto quell’animismo naturalistico, venne generosamente concessa da un soggetto cartaceo rettangolare e impreciso, dipinto a mano, rifinito con la passione di chi non vive che per quel “ci sono uova”.

Null’altro. “Ci sono uova”, e la parola, stranamente, si fermò.

Non c’era altro da dire, null’altro.

                                                                                                                                                                                                      




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28 luglio 2004

gravità newtoniana (salamandrina)

Qui si parla di nuvole scese d'improvviso, di quelle che ti circondano tutto d'un colpo e che ti nascondono pure i piedi, per cui uno non sa neppure più dov’è appoggiato.

Sembra di essere in un campanile altissimo in cui scruti l'orizzonte coperto da nebbia e una buona dose di umidità, di quell’umidità che fai fatica a respirare e rimani sempre col fiato ridotto.

Quel campanile è un campanile così alto che non si riesce neppure a vederne la base, e la cosa peggiore è che non ha neppure i parapetti, per cui l'unica soluzione è camminare carponi, intorpidito dal terrore, fino a quando la nostra tipica (in)coscienza ci fa alzare senza remore, quasi che nessuna vita valesse la pena essere vissuta.

La realtà è che ciò che viviamo è composto di chiavi perse, cervelli in fuga e cuori ricuciti e ogni tanto capita che un goccia di sangue attraversi una di queste cuciture ben rattoppate e attraversi di soppiatto tutto il nostro corpo, centimetro dopo centimetro, bruciando più del dovuto, fino a quando un signore (in)distinto con la bombetta e un sorriso sulle labbra ci si avvicina, appoggia la lingua laddove la goccia sta giungendo e lenisce il dolore, rinfrescando quel solco segnato.

Quel solco, rigato alla vista e ruvido al tatto, è l’accumulazione di tipologie di linguaggi che ci ostiniamo a decrittare da veri anatomisti, da veri patologi dell’espressività più artigianale e veritiera, quella, per dirla tutta e senza remore, quella istintiva ed assassina, quella che uccide il padre per poi fermarsi ad osservarne il cadavere, tra sdegno e fierezza.

                                                                                                                                                                                                              




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21 giugno 2004

deal done

Per quanto sia ipotizzabile, l’estensibilità del pensiero cerebrale verso lidi che di cerebrale hanno ben poco se non l’appendice, è questione da porsi esclusivamente in termini di parola riempita di soluzioni esportabili in maniera specifica, isolata e monopolista (per i teorici dell’economia sarebbe più corretto parlare di monopsonio, a dire il vero).

In realtà la questione da porsi è se parola, linguaggio e pensiero, l’uno mezzo degli altri in un circolo decisamente non spezzabile, dicevo, parola linguaggio e pensiero possano suscitare qualsivoglia conseguenza di natura fisica o rimanere astratta inerzia, perdendo di fatto, in questo secondo caso, quella forza propulsiva che chiunque abbia coraggio ed incoscienza di digitare un tasto su quel foglio bianco che ha di fronte a sè millanta ad ogni occasione.

La questione è ontologica, di certo. Provate, voi, ad eliminare la sostanza dell’effetto alter-dimensionale (ovverosia la fisicità) da parola, pensiero e linguaggio. Il “prodotto finito” che ne otterrete risulterà un bene castrato delle sue prerogative, oserei dire minato delle sue basi e ragion d’essere.

Tuttavia la questione, da ontologica, diventa di per sé finalistica. Il passo è breve. Il non-accadimento dell’essenza “effetto reale”, minando il peso specifico del risultato “prodotto finito” minerà a sua volta la logica (istintiva, razionale, metabolizzata, inconscia o quant’altro non importa) per cui si ricerca l’atto della fusione tra parola linguaggio e pensiero in uno o più corpi “materia fisica”. La sostanza di questo processo di natura degenerativa porterà in maniera diretta ed univoca alla negazione della motivazione e della causa per cui dare flusso a parola linguaggio e pensiero (pa-per-ling), giungendo, in-fine e in-principio, alla negazione stessa della trinità di cui sopra (pa-per-ling).

Per l’alimentazione della nostra trinità (pa-per-ling) e per il rifiuto di sterilità e nichilismo espressivi l’unica strada percorribile, risulta, in sé, quella della ricerca, maniacale, circolare ed infinita, della transustanziazione della trinità in “effetto reale”.

 




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19 giugno 2004

stardust, 11 giugno 2004

Premesso che:

1. il sottoscrivente aveva inoltrato domanda presso il consiglio criminale interglobale di stardust  per ottenere il beneficio della nomina ad alteratore professionale ai sensi dell’ART 3 D.L. 213/4002

2. la domanda si fondava sul fatto che lo scrivente stava svolgendo attività di praticantato pluriennale presso il dichiarato luogo di perdizione lunare

3. al consiglio criminale interglobale di stardust gli venivano date assicurazioni che non sarebbero sorti problemi in merito all’accettazione della domanda presentata proprio perché l’attività di praticantato rientra espressamente in una delle fattispecie previste dell’ART 3 D.L. 213/4002

4. in data 21 giugno 2004 lo scrivente si vedrà recapitare una lettera raccomandata del consiglio criminale interglobale di stardust con la quale si respingerà la domanda di ottenimento della nomina ad alteratore professionale con l’affermazione “ha già usufruito dei benefici sostanziali (sebbene non formali) di alteratore professionale, quale iscritto a luogo di pratica, culto e manipolazione ad imprescrittibile categoria pro-sofistificatoria (ART 3 D.L. 213/4002)”.

 

Ciò posto, lo scrivente chiede che questo ministero voglia annullare la decisione del consiglio criminale interglobale di stardust e ammettere il sottoscritto all’agognata nomina di alteratore professionale.

Allega:

a. copia della dichiarazione del luogo di perdizione presso la quale lo scrivente sta svolgendo l’attività di praticantato in questione

b. casistica annuale e documentazione sull’attività sofisticatrice dello scrivente stesso

In fede

ni(hi)lus

                                                                                                                                 




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10 giugno 2004

bauhtbeatbek mon amour, non si scappa dal proprio destino anche se non ci si crede

bauhtbeatbek mon amour,

è incomprensibile come i meandri di ciò per cui punto permettano l’affluire di corsi d’acqua e paradisi artificiali. Orbene, siamo qui giunti all’allitterazione del concetto, si badi bene, del concetto, non della parola chiamata anche musicalità.

Lo stridere di oggetti acuminati con sostanzialità lì di fronte.

Ebbene, quante volte, ditelo, quante volte gettate le vostre occhiate su quello che vi circonda? Quante volte avete preteso che la vostra occhiata definisse il quadro?

Sguardo allo sfondo, focalizzazione sull’ambiente di riferimento.

Io, che pecco di curiosità, ingordigia, presunzione, eccomi qui. Signori, stasera (non) si recita a soggetto. O forse sì. Vedete, qui l’accadimento è funzionale alla rappresentazione. O forse no.

Vi capita mai di essere colpiti da un

La presenza dello sguardo in un quadro improvvisato

(s)oggetto in avvicinamento, quantificabile in una contraddittorietà di fondo imprescindibile?

Questa serata, signori, è serata di domande e poche risposte.

Per quelle c’è sempre tempo. O forse mai.

Lo sguardo si direziona verso un passato prossimo di piena e pura opacità.

 

poison pill

[eterno ritorno, 21 gennaio 2004] 

mitridatizzarsi

bauhtbeatbek mon amour, non si scappa dal proprio destino anche se non ci si crede

bauhbeatbek mon amour, lo riscopro dopo qualche coppia di quindicina di salir e calar del sol, e l’interazione magnetica mi lega a nodo scorsoio con questi signori compositi ed eterogenei che risuonano là dentro, talvolta come se le cellule non rispondessero, altre volte con l’eccitazione di quegli elettroni che continuano a ruotare, si scontrano, forse non scintillano ma godono di quello che vedono scorrere davanti agli occhi, hai presente quelle aperture a vetro un po’ opaco che filtrano e trattengono tutto o almeno più che possono?

bene, lucy in the sky, stasera ci camminavo in mezzo al polo, poi passavo in quell’isola isolata e isolana, tipicamente isolana, solo soletto o insieme a tutti e nessuno, poi ancora in quel locale laggiù, ma poi dovevo uscirmene, non ne potevo più dovevo muovermi e poi uscivo e volevo sedermi di nuovo e allora capivo e mi sedevo per terra attento a non stropicciare troppo il mio bel vestito e intanto capivo che quel vestito potevo anche stracciarlo più o meno come san francesco davanti al vescovo, che poi effettivamente le mie continue citazioni religiose mi inquietano, sembrano quasi metabolizzate ma poi riemergono come un vulcano che sputa fuori il suo magma ma anche carboni ardenti polvere fumo e sassi ciottolosi, di quelli vuoti all’interno, per intendersi

bauhbeatbek, sì, bauhbeatbek mon amour, e non ci sarà nulla, nulla che scrosterà quel residuo tra le vertebre che decide i miei movimenti

---------------------------flowing----------------------------------------------------------------------

basterebbe continuare ad ascoltare, stasera sono ecce homo e potrei stare tutta la notte a pigiare tasti su questa cazzo di tastiera senza avere paura di nulla, della morte, della vita, della morte fino a quando se ne parla e non la si tocca se non attraverso i film, della vita quello sempre perché della vita non si ha paura ma la si teme, la si cavalca ma si ha paura di esserne disarcionati

l’amore è quella parola composita e pornografica estrema viziosa schifosa e ripugnante delicata e incorruttibile e l’amore lo si prova per tutto con tre t per niente come il nihil

il nihil è quella cosa che quando cammini a qualche grado sotto zero e stai tutto coperto con il bavero alto non temi se sbuca da un angolo buio e milanese un maniaco assassino perché tanto becca un altro e io sto guardare tanto non mi può succedere niente che non sia nihil

l’opera omnia si compie in una notte, che per quanto eterna prima o poi finirà e allora domani mattina farò colazione con cappuccino e toast e non avrò paura di berci sopra un succo all’arancia nonostante il viso stravolto e gli occhi ancora più pesti di quelli che ho di solito

oggi ho perso un po’ di sangue, è andato ad arricchire quel po’ di carte che maneggiavo, ed era più o meno come il mio tributo personale al mio cervello derubricato da realtà ed irrealtà o forse meta-realtà

meta ha in sé quell’idea di sospensione tra ciò che è ciò che potrebbe e ciò che non è, e l’interpretazione del pensiero è quello che fa eccitare i miei elettroni, fino alla prossima eccitazione, e io sono un volubile che diventa sanguisuga, entità in cui mi diletto a diventare e trasfondermi

datemi il vostro sangue, ve ne darò di mio, poi lo scambierò perché quello scorrere del flusso sanguigno e cronologico brucerà qualunque idea di eternità

revolution 3/

 

 




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23 aprile 2004

sissyneck

In ogni processo di confezionamento di un tal prodotto X allo scopo di allocare risorse attinenti alla natura intrinseca dell’oggetto per cui, nei casi di per cui caratterizzati da valore aggiunto sostanziale si richiede che l’automazione venga abbandonata e sostituita da rozze mani e dita curva, nella speranza che l’ologramma rappresentativo di quella curvatura conferisca un tal significato simbolico all’oggetto per cui.

Ebbene, per quanto sia vero che gli ologrammi servano a far intravedere immagini -distorte di natura- che amplifichino l’eco di se stesse, io ritengo, con assoluta presunzione, che quelle rappresentazioni così infedeli diano vero e pieno significato di sé.

L’estetica martellante permette di dipingere il muro bianco strumento dagherrotipo di proiezione stimolandolo al bisogno per ottenere ciò che non si conosce neppure, in ricerca delicatamente vorticosa di un punto finale cui si tende di natura ma che l’auto-inibizione salvifica rifiuta di mettere a fuoco.

La contrapposizione di realtà fittizie, utile per auto-definire se stessi, nonché maschera di distorsione, non può che spingere a camminare, sia la strada un ciottolato sconnesso o un’asfaltata ragion d’essere.

Voi credete che non si possa insinuare qualunque coltellino in miniatura nel ciottolato sconnesso logorando il luogo di migliaia di passi?

Voi credete che quell’asfaltata ragion d’essere, sedimentata strato dopo strato, non possa essere rivoltata con migliaia di scalpelli che la circondino?

 




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21 aprile 2004

Aca toro - autoperpetuazione, 16 ottobre 2003

Noi cerchiamo miscele esplosive, contatti e gesti inconsulti, inneschi da far saltare palazzi interi.

Noi siamo i terroristi di noi stessi, siamo coloro i quali credono che buttarsi da un ponte con un elastico allacciato alla vita non sia nulla in confronto a vivere stati di alterazione determinati da momenti di esaltazione improvvisa, raptus, gesti di nevrosi quotidiana, capelli spettinati, deja-vu spiazzanti e urla che nascono e si generano all’interno di quell’involucro caldo a trentasette gradi.

Noi siamo i pervertiti di noi stessi, quelli che non leggono men’s health o non credono ai dieci migliori modi per scopare, quelli che non hanno bisogno solo di masturbazione sessuale ma che vivono per quella psicologica.

Noi siamo cristo contro satana, noi siamo un caricatore scaricato con violenza e crudeltà verso i deboli e verso i forti, indiscriminatamente.

Noi siamo quelli che godono per la musicalità e per il ritmo, incalzante e delirante.

Noi siamo coloro che soffrono di allergia a polline, polvere, graminacee e vecchi che si avvicinano a baciarti a forza o che ti guardano dalla finestra.

Noi siamo per il silenzio quando non serve parlare, e per le urla quando non ne puoi più.

Noi siamo quelli con encefalogramma acuto ma controllato fino a momenti improvvisi in cui pensi che potresti essere travolto da un tram su rotaie senza farti un cazzo.

Noi siamo illiberali, guerrafondai, presuntuosi e vendicativi.

Noi siamo arroganti e impazienti, e abbiamo bisogno di sentirci con le spalle al muro sennò ci annoiamo.

Noi siamo i nostri noi stessi, in numero variabile tra uno, nessuno e centomila.

E noi ci libereremo.

 

[filone egotistico-rivoluzionario: manifesto post-alter-futurista sulla multiformità psico-umana successiva a stati radicali di plurima alterazione percettiva e interpretativa]




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16 aprile 2004

a glimpse at

Il giorno in cui quella donna calpestò il selciato non c’era alcun segnale che potesse far intuire il verificarsi di discontinuità radicali nella vita in pieno moto armonico che egli era solito vivere.

Il selciato era infido. Sarà stata la pioggia che sporcava le scarpe della donna, sarà che le pozzanghere formatesi creavano dei piccoli laghetti per cui l’unica soluzione per procedere nel cammino era zigzagare nervosamente tra salti a braccia unite e puntate di piedi per limitare di bagnarsi ancora di più di quello che la pioggia produceva.

Io non so perché l’ometto in corporatura media perpetuava quella litania non curandosi dei propri vicini, tantomeno della pioggia che incessante gli calava sugli occhiali impedendogli una vista trasparente.

Trovavo alquanto strano che si potesse credere a tutte le parole assolutamente scoordinate emesse da quel buffo ometto. Aveva un che di magnetico, però. Ciò era innegabile. Nella mia mente lo immaginavo come un rivoluzionario, un anti-sistema, un pericolo per l’ordine pre-costituito, un demone per gli angeli esistenti. Ma lui non agiva fronte a fronte col sistema. Almeno, non così io lo immaginavo. Lo pensavo come una talpa che gratta sotto terra, crea qualche tunnel che si perde tra buchi naturali, fino a quando il terreno sopra quei buchi perde di significato e vive in funzione dei buchi stessi, diventando depressione pura.

Ad un certo punto l’ometto, dopo un salto troppo grande per le sue corte gambe, perse l’equilibrio in quell’infido selciato. La sua litania continuò, ma lui sembrava rapito da quella caduta, come se nulla avesse più potuto rimetterlo in piedi.

La donna continuava a guardare, con una sufficienza ingenerosa. Neppure rise. Lo guardò solamente, dopodiché si girò dall’altra parte e fissò per qualche istante la piazzetta con quella chiesa anni ’30 tanto magniloquente quanto anonima. Quindi procedette nella sua camminata. La pioggia continuava il suo percorso sul di lei viso.

L'ometto buffo, intanto, continuava la sua interminabile litania.

 




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15 aprile 2004

tende raccolte

La temporaneità delle passioni prepara il terreno a repentini cambi di vita, opere e (soprattutto) omissioni. Il che non significa che tornare a casa dopo tanto tempo e non ricordarsi più di come gli stipiti si pieghino sotto il peso delle porte, come un muro sia dipinto, quanto le gambe del letto siano cilindriche, sì, insomma riscoprirlo tutto in un attimo non significa  ci si ricordi e riporti alle vecchie vitalità ritmicamente delineate da un ondeggiare omogeneo e sussultorio allo stesso tempo. In sostanza potremmo sostenere che quello smarrimento misto stupore che inizialmente si prova poggiando il primo passo in una nuova strada si annulli, fisicamente si annulli, in fenomeni di non-durevole strabismo concettuale.

Un giorno vidi quel signore con quel cilindro così ottocentesco calato sugli occhi che non capii se mi fossi perso nel vicolo in cui per caso ero capitato (e altrettanto per caso ne ero uscito) qualche decina di anni prima, in una vita precedente come tante furono state.

Il tornare a casa, qui, in questa casa a forma di contenitore in cui si sono riversati codesti liquidi permette di ripassare per le labbra il sapore di vecchie musiche, di tastare con la punta della lingua le sostanze discioltesi dalla parola che ogni tanto fingiamo di dimenticare, di poggiare gli occhi scuri ma non troppo, nonostante non ci si ricordi mai il vero colore di se stessi (ancor meno delle proprie pupille, vetro del mondo al fuor di sé), su questo oggetto schermante e permeabile.

Non scappai, non mi avvicinai neppure, mi guardai solo un po’ intorno e naturalmente non ricordai alcunché della via d’uscita. Troppo il tempo che era passato.

Bene, la riappropriazione passa anche per l’incrocio di tende e finestre improvvisate tali.

 




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6 aprile 2004

eXistenZ

Se entro 30 gg. il vestiario non verrà ritirato, si declina ogni nostra responsabilità in caso di smarrimento dello stesso.

Una memoria balbettante permette di dimenticarsi parti di sé. Sarà che la pluri-complessità psico-perso-analitico-sintetica non si può scaricare in quattro e quattrotto, per cui in fondo in fondo che male c’è a inserire quote di sé su un ripiano dove poggi il dio aulin o in una sporta in cui ti sei dimenticato qualche scontrino di mesi fa?

Sì, vero, noi siamo parte per il tutto e allo stesso tempo siamo il tutto in sé in quanto parte, per cui non mi meraviglio se il disvelamento appare incerto e a salti, più o meno come quelle discontinuità matematiche nello studio dei limiti. La funzione è la f( se stessi), il limite cui tendere è facilmente modificabile, perché in fondo che ci vuole ad alzare il tiro con se stesso, a scommettere oltre o magari a ripiegare in una funzione molto più facilmente risolvibile.

Per quanto noi ipotizziamo di vivere in una realtà uniforme e costante, ogni accadimento vissuto e (de)cerebrato ci porta a convenire che una semplificazione di siffatta specie perde di significato nella rappresentazione della nostra e della circostante realtà.

No, stasera non ho voglia di ammorbarvi con pseudo-concettualismo. Stasera rimaniamo seduti sul nostro scranno, o magari ci alziamo e cambiamo posto e luogo di declinazione di sé.

Il resto mancia.

                                                                                                                                                                                                              




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28 marzo 2004

I tell you this.

Io zono kui a dezidere (cosa non ve lo dico) con la corzulenza di “Salvate i cingalesi” direttamente da Barzelona (lui da Barzelona in trasferta, io qui meneghino) tra tarallucci e vino, birra e vino, salame e salsiccia, chiacchiere e meloni e voi siete là a leggermi.

Che tristezza.

I tell you this.

 




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25 marzo 2004

parole dimenticate

Sentite, miei cari, stasera ritrovo un po’ di intimità con la parola, dopo che per qualche settimana l’ho dimenticata tra gli interstizi dei tasti qui di fronte a me. Sarà la stanchezza dopo una partitella semi-tristezza, sarà che ho il collo incassato tra le spalle e ho voglia di parlare un po’, sebbene basterebbe alzare una cornetta, fors’anche andare nella stanza di là da morris o dal suo fantasma, o aprire la finestra ed iniziare ad urlare, così, tanto per essere gestuali.

No, invece. Stasera c’è janis che si lascia andare e io con lei.

Oggi, giornata di dadi, ci ricordiamo che l’assurdità è uno spettacolo a cui si pagava per partecipare, e ci ricordiamo che in fondo in fondo lo zainetto con dentro un cerotto intonso e le chiavi di casa vogliono dire molto di più che un’elaborata schermata di excel in cui siano presenti un po’ di numeri, chiamati anche numeri.

Ora, grim, se ci sei batti un colpo, che qui i punkabbestia si arricchiranno di due tra le menti più fervide del nostro tempo, peccato che la nostra lotta anti-sistema si increspi nelle pieghe di una rivoluzione pacifica. A me sarebbe sempre piaciuto fare il Robespierre della situazione.

Ok, lo ammetto. Ho barato. Ho barato molte e molte volte. All’inizio ero uno sporco idealista, purista, uno di quelli “io mai”. Poi sono diventato un “io sempre”. Ora sto cercando di capire in che direzione imbattermi. Aspirina o Acido acetilsalicilico? Aulin o Nimesulide? E non ditemi che non cambia nulla, perché a me i brand piacciono e dei principi attivi me ne sbatto se sono gli stessi.

Di che parliamo? Stiamo un po’ in silenzio?

Che parlino i muri, allora.

 




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23 marzo 2004

You decide. You decide. I decide.

Not at all, not at all.

In realtà volevo scrivere un post sulle isole di traffico, perché tornando a casa per un quarto d’ora questa espressione mi è ronzata in testa di continuo.

Uff [sospiro, ndr], isole di traffico.

 

[(in)utilità di post-pensiero: cancellazione a richiesta neutra]

 




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18 marzo 2004

Interlocutore a rete tu a fondocampo, e viceversa.

Secondo la teoria dei vasi comunicanti, che con la teoria dell’accumulazione alternata a quella del resettamento improvviso ed estemporaneo mi accompagna quotidianamente, se verso un bicchiere d’acqua in un alambicco comunicante con un altro alambicco il livello globale del sistema-alambicchi si stabilizzerà secondo un equilibrio che medierà eventuali sperequazioni nei versamenti tra un alambicco ed un altro.

Lo storpiamento della teoria (e non mi vergogno di questa manipolazione bella e buona), nel tempio di ciò che è nostro oppure loro oppure di nessuno (più probabile) concede la palla match sul proprio rovescio, mentre il poveretto a rete può essere infilato come e dove a piacimento.

Confidiamo sempre, noi umili giocatori, nel commento di un Gianni Clerici, che Bisteccone proprio non lo reggiamo. Neanche quando si eccita parlando di Paolino Canè e delle bestemmie che il romagnolo tira in continuazione.

Meglio palla corta o un bel lungolinea?

 




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12 marzo 2004

colossus/2: tra tecnica e istinto

Una cravatta regimental in varie tinte blu-azzurre nella sua specificità è definita da linee trasversali decise e definite, nonostante ad un colpo d’occhio di massima si percepisca solo l’unità di oggetto confuso e non la sua definitoria e precisa particolarità.

L’estensione di questo freddo principio all’intiero mondo sensibile pone l’accento sul ruolo dell’occhio.

Un occhio che volesse cogliere il generale ed il particolare contemporaneamente dovrebbe aumentare all’infinito il battito di palpebre alternando obiettivo (particolare a generale) ad ogni successivo battito e incrociando le informazioni immagazzinate. In questo modo un accento importante verrebbe riposto anche sul fattore memoria, necessario per il detenere le informazioni al fine di incrociarle.

Superfluo, data l'ovvietà, considerare l’accidente/contingente della distorsione dell’effetto memoria, che può far giungere a esiti percettivi sostanzialmente diversi anche a distanza di infinitesimi istanti/battiti di palpebre.

 




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12 marzo 2004

colossus

La riproduzione anche parziale del materiale sottostante senza previa e salvifica autorizzazione verrà perseguita a norma di legge.

Si rende noto che questo weblog è sequestrato causa manomissione chimico-favolistica da parte dell’autore nilus – il cui vero nome all’anagrafe marxiana risulta essere Andrea Guido Maria Persefone Arduini – di un’intera colonia di pensieri maltrattati, storpiati, imboniti, stuprati, idolatrati, ri-evocati, manifestati.

Il sequestro, reso possibile dall’internamento psico-cerebrale-informatico dell’autore di nilus, Angelico Benvenuto Ardotino, proseguirà sine die, secondo il conclamato calendario patafisico. Ergo, in virtù della (in)certezza temporale di cui sopra, rendiamo noto che la pena decorrerà dal giorno di morte fisica et psicologica et cerebrale dell’autore di nilus, Apollo Deicid Aristote.

Lì, Bloomy-Molly World, 13.23.231.

L’autorità giudiziaria.

                                                                                                                                                               




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11 marzo 2004

rami e foglie

In soggiorno c’è una pianta. Per la verità ce ne sono quattro cinque di piante. Ma io, che non ho il pollice verde, neanche le guardo, e me ne accorgo solo quando perdono quelle fogliacce per il pavimento. Ad abbeverarle ci pensa Morris, anche se io penso che il vero mandante dell’atto innaffiatorio sia “Salvate i Cingalesi”, il mio vecchio compagno di casa, ora espatriato in quel di Catalogna, beato lui, come direbbe chi lo sa chi.

Quella pianta domenica è stata potata. Alla bell’e meglio, immagino, dato che Morris, novello giardiniere, non ha lasciato che due tre foglie nei rametti più alti. Però lui sostiene che già abbia più vigore, fors’anche un colorito migliore, in piena fase di guarigione dopo il duro inverno in cui gli orsi ad andare in letargo eravamo proprio io e Morris, mentre la pianta badava a se stessa con chissà quali mezzi di sostentamento.

Ora, su quella pianta si potrebbe scrivere un trattato. E me accorgo solo ora, dopo che l’ho ignorata per due anni e mezzo. Saranno state quelle foglioline verdognole che non si mimetizzavano per nulla con l’arredamento svedese di competenza, ma a cui ero decisamente abituato, tanto da non accorgermi, fissando la pianta, delle differenze rispetto al muro. Le foglioline, cadute, hanno messo in evidenza tutta la forza espressiva di quei rametti rachitici e malaticci, immersi in poca terra mai cambiata, raccolti da un vaso di serie b, senza pretese. E quella ramificazione, incomprensibile per così poche cure donate, quasi a forza d’inerzia da non-coscienti deus ex machina improvvisati tali, ha assunto dei contorni e delle stilizzazioni così pronunciate da far sembrare, ora, il muro, il porta cd a parete a fianco e le due finestre tra cui è situata, come anonimi complementi a quell’oggetto semi-vivente che una volta fu verde.

 




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10 marzo 2004

mondo di (ri)combinazioni, questo.

Se vedessimo un oggetto rotante in avvicinamento a cosa penseremmo? Forse che le nostre categorie cognitive sono limitate? O forse che ci servono giusto giusto per capire che ijlkdsòlck  sdòalfùof’s+è dffòodkfcksòdfàcls èdpfspldòlapldèpfaèpdfpsodfposfèpoèpdf popodfèp ksdjakljsdlkjaòlksdjlkaj

Aoewfkwòkef0wqiofpkdslfpsldpfosèpodfpèsoè pfdoèpsodfèpsolpè ofdèpoa powièpfdola+èdpfoèp odfèposaèodfpoaèpodsfèpoaèpsodfèpsodè pfoasèposdèpfosaèpofdèpasodfèpoasèpodfèpsa ofdèpsoafpdosèfpodèsofdèpsofdèposaèfpdosèpa fospèfoèpsodfèapsodfèpsaodfèpsofèdposèpfodè psofdèpsofèdpsofèpsoèpdfospèodfèpsofèpdos perché tutto si può dire, tranne che la nostra conoscenza non sia ripetitiva, più o meno come le nostre facoltà espressive, perché sfuggire da esse, impossibile nella possibilità di illibertà che ci è stata donata (o forse scaraventata addosso), non è permesso, oppure è semplicemente impossibile.

Noi siamo ricombinazione di numeri primi con qualche abbellimento misurabile in numeri non-primi, perché in fondo il 23 è la base, ma il 231 è un gran bel numero, non c’è che dire.

 

Sai, comunque, che sul fatto che siamo composti di meccanismi perlopiù banali avevi proprio ragione?

 




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7 marzo 2004

crujiente delicia de trufa y pistacho banada de chocolate con leche

La teoria dell’accumulazione prevede che un’entità indefinita, per quanto definibile secondo molteplici canoni (una siringa da cucina, una mano, una macchina preventivamente registrata, un deus ex machina) depositi cioccolato liquido che solidifica attorno ad un cuore, ad un nuce di pistacchio, o cioccolato bianco, o semplicemente di fragrante biscotto completamente vuoto all’interno che funga da gabbia, modello e schema, per non dire abito, che con i nostri denti più o meno sensibili al caldo, al freddo o al dolce spezzettiamo in plurime parti, generalmente sporcandoci lingua e labbra della sostanza liquida, che, particolarità tra le particolarità, una volta solidificata, si riscioglie nuovamente, sotto l’effetto della nostra azione che genera mutamento di stato e contaminazione di materia.

[dall’altra stanza]

rewind

Ho accelerato. L’ho ucciso. Il sangue gli usciva dalla bocca. Mi sono fermato. Ho chiamato l’ambulanza. Sapevo che stava morendo. L’ho fissato negli occhi, nei suoi occhi vitrei e vuoti. Gli ho sorriso.

[considerazione]

A voi, cercatori temerari, tentatori, a chi si è mai imbarcato con astute vele su mari terribili, poiché non volete seguire con mano vile un filo; e là dove potete indovinare, avete a disdegno il dedurre.

[nietzsche, ecce homo]

[tautologia]

Un cioccolatino è un cioccolatino. Mobilità.

 




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6 marzo 2004

noi facciamo sempre turismo da strage

lui: boh

io: boh, a me piace il silenzio. A te?

[il dialogo è volutamente idiota]

lui: sì. Vuole un aperitivo?

io: preferisco un’arachide

lui: è grassa

io: mi scusi, ha mica una di quelle olive nere ma non troppo, in salamoia ma non troppo?

lui: no, solo una pizza, ma non troppo

io: hai notato che tempo fuori?

lui: sì

io: l'altra sera la caviglia che mi sono spaccato diceva tendente al brutto tempo

lui: comincio ad avere difficoltá ad esprimermi in italiano

io: niente di nuovo?

lui: non mi va

io: vabbè

[il dialogo, volutamente idiota, è reale, sebbene in un tribunale non me lo giocherei come prova decisiva]

 




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5 marzo 2004

il sorpasso

Porca miseria (che sta diventando la mia nuova espressione preferita e lo sarà almeno per i prossimi due giorni), il mondo sta volgendo verso sconosciutissimi lidi se nel piatto girano i gallagher, dopo tutto quello che ho sputato contro paolo il sardo (quello che annegò i gattini) perché per due anni mi ha fatto una testa così su noel, liam e bonhead. Ora, che la coerenza non sia di questo mondo questo è dato di fatto che non si accontenta di essere tale, ma spinge per diventare modus vivendi.

Sarà per questo che una volta non bevevo l’acqua gasata e consideravo, pauperisticamente consideravo, dei licenziosi i dipendenti dalle bollicine, mentre ora non faccio altro che bere quella. Sarà per questo che a proposito di bollicine dopo tutte le prese in giro su Vasco per il suo essere italianamente rocker de noantri quest’estate in macchina Umbria non facevo altro che spararmi a palla le sue canzoni spaccando i timpani e probabilmente la pazienza (sempre che si dica così) a lei. Sarà per questo che una volta che una volta che una volta.

Io non so nulla, no no. Però, questo lo posso ammettere, e ve ne faccio pure una confessione scritta, strettamente riservata. In terza superiore ero berlusconiano, litigavo con il prof di filosofia, mi facevo sbattere fuori dalla porta dal prof di fisica, non sapevo fumare le sigarette (non che adesso…), sbraitavo in continuazione, non mangiavo la senape e guardavo due film al giorno, ma solo per due mesi, perché le passioni, si sa, svaniscono in fretta.

Insomma, tutto è cambiato, nulla è cambiato. Bè, un po’ è cambiato, direi di sì.

 




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5 marzo 2004

La notte dei vampiri. Mezzanotte.

Non si parla granchè di succhiasangue né di sputafuoco. Tuttavia risultano categorie ben presenti nella nostra (in)civiltà, detto tutto ciò, sia chiaro, senza alcun intento moraleggiante, che non mi appartiene. Ci accontentiamo, perciò, di cani andalusi, che rappresentano in immagini ciò che la parola, rimanendo prigioniera del suo primo significato, non riesce. Ci siamo mai chiesti? Ditelo, ditelo se ce lo siamo mai chiesti. Non serve un cosa come perché.

Il sonno. Con cui diventa difficile avere forze per rimanere in piedi, non soffocare di sbadigli, campare oltre l’ora del vespro. Letargia fulminante. Agosto 2000. Me lo chiedevo se ne soffrissi. E magari in maniera seria. Sonno sonno sonno. Litania, senza red bull o caffeina perché se pure ci fossero stati (come ci sono stati) nulla sarebbe cambiato. Datemi il letto svedese, quello con materasso duro ma non troppo, ed accoglienti lenzuola blu. E se qualcheduno mi chiede che significa il blu nella nostra comunicazione, giri al largo, al massimo so rispondere che il giallo è il colore della creatività e il verde della sicurezza. Me l’hanno insegnato.

Au revoir.




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1 marzo 2004

%9, repus stnennet

Il Signore mi ha insegnato a non sprecare più di un qualche centinaio di parole al giorno. Non è un caso che il Buddha nel suo aspetto pacioso e sereno, nonostante l’esistenza tremenda che l’uomo doveva affrontare, parlasse poco o nulla.

Ora, apparte paragoni imbarazzanti (ma neppure tanto) che non mi appartengono (suvvia, non facciamo i falsi modesti) se non di poco (un po’ di più, di più) quant’è vero iddio (ahia, qui crolla la diabolica architettura), oggi il sole brilla in quel del naviglio. Fors’anche stasera, magari anche la notte, perché le stelle riflettono la nostra luce, così mi insegnava quel parolaio assurdo di cui non ricordo il nome ma di sicuro le vestigia.

Io lo so. Lo so di essere un romanticone. Uno di quelli che fa girare sul piatto per quattro volte di fila gli scarafaggi inglesi, con le loro straordinarie assurdità. Che ci volete fare, la musica è lo specchio dell’anima, non dicevano così i saggi di un tempo?

“Ma uno al giorno non basta?”. Eccome se basta, di solito sì. Qui si vive nel solito.

Lo sanno anche i muri che una volta nilus caro, come icona del suo blog, aveva la rosa di dalì.

E non pensate l’abbia rinnegata. E’ lì che mi fa compagnia, meglio di un angioletto custode, più delicatamente di una carezza ad un peluche, più passionale di una bottiglia piantata tra i denti e più bondage di una carica di bufali in “balla coi lupi”.

Ah, ricordatevi della sospensione rosata. Sì sì.

 




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1 marzo 2004

manifesto di un non-movimento senza nome

Non futurismo, non esistenzialismo, non positivismo, non astrattismo, non musicalismo né movimentismo.

Questo movimento nasce residualmente e non vuole essere anti-categoria nella categoria. Questo movimento è un non-movimento. E sappiamo bene che, per quello che ci prefiggiamo, già essa stessa è definizione e quindi finzione. Tuttavia noi non vogliamo cogliere la verità. Nessuna verità ci aggrada. Alcuna verità ci porta alla vita.

Crediamo in un dio inferiore che non esiste. Meglio ancora, non crediamo. Non ci interessano stelle polari, anche se ne avremmo una chiara necessità per giungere a quella serenità che mai raggiungeremo. Non-destino in cui non-crediamo.

Ci interessano il pensiero e la coscienza, unico calderone in cui il sé viene percepito in connessione con l’extra-sé, perciò stesso mondo intero intuibile nell’unità.

Questo non-movimento si alimenta di pulsioni, elettroni, neuroni di qualsiasi specie e natura. Siano note, tratti, colori, accenni, sguardi, vomito, parola, sonno interrotto, rotaie, dolore, esaltazione, assassinio, malattia. Questo non-movimento giunge fino al punto estremo della vita ritraendosi da ciò che è definitivo e irreparabile, in quanto negazione di tutto ciò che è.

Questo non-movimento muore nel momento della estrinsecazione di sé.

Questo non-movimento, in questo atto definitorio, è morto.

 

[Si rende noto che l'autore del manifesto, sopravvissuto all'atto definitorio, oggi è felice. Non chiedetegli il perchè, in quanto non saprà rispondervi]




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27 febbraio 2004

non purificazione, solo pace, merci

C’è un bosco ad alberi poco fitti. La luce passa facilmente e infatti l’erba ringrazia crescendo rigogliosa. Non ci sono neppure boscaioli con quelle belle camicie multicolori a quadrettoni che li abbattono.

Però è strano, o quantomeno, così può sembrare. E’ come se in quel bosco si sia sviluppato il tempo. Un tempo che non si conta né con lune né con stagioni né con cortecce a strati.

Come se il tempo abbia avuto inizio nell’istantaneità, nella singola istantaneità di un segnale giunto si sa da dove ma non chiedete nulla, ve ne prego, sul perché.

Non è neppure il tempo del silenzio. A quello non si giunge mai. E non provate a sostenere oltremodo che ogni silenzio è parola, perché è proprio così, e ribadire concetti condivisi solo per regalarsi ciò che possiamo chiamare stucchevole ragione è strategia auto-compiacente di anni sepolti fa.

Non chiamatelo nudo sotto la pioggia solo perché il bosco distende i propri rami per dissetarsi ad ogni sgocciolare. No, niente arsure, o forse un po’ sì.

Nel bosco del dubbio di arbusti e tane di talpe non si sente mai la mancanza. Sarà che le talpe a forza di creare cunicoli bui stanno bello e bucando il terreno. Sarà che quegli arbusti buttano fuori le spine, e come dare loro torto con tutti quegli uccellacci che cercano di cibarsi di esse stesse come se l’unico proprio fine fosse l’essere mezzo e strumento di uno scopo sovraordinato.

Quel bosco è pronto a tutto. Auto-combustione. Concedetegliela. Ve ne prego.

 




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25 febbraio 2004

il cestino delle idee

Il cestino delle idee è quel contenitore di capienza liquida e fattura indecifrabile in cui il pensiero si relaziona con la propria morte. La relazione, per quanto tumultuosa, aggressiva e infinita, determina l’angolazione prospettica con cui il pensiero si aggrappa alla mente produttrice. Determina inoltre il numero di artigli conficcati nella delicata e allo stesso tempo rude membrana che ricopre ciò che è in nuce.

Il cestino delle idee nasce inconscio e solo di rado viene posto alla luce, per di più artificiale, attraverso la quale gli anatomisti-patologi del pensiero stesso sezionano qualsiasi rigonfiamento anomalo che possa far pensare di essere giunti alla fecondazione del corpo in essere.

Capita spesso di considerare, in luogo di questo cestino delle idee, un vorace fagocitatore delle cellule cerebrali ed emozionali che ripulisca la membrana scarnificandola definitivamente fino alla successiva auto-proliferazione, più o meno come succede a quegli insetti che si cibano di carcasse, per poi rilasciare filamenti di materia e cellule sicuramente stomachevoli e disgustose, ma che possiedono il considerevole compito di alimentare ciò che sarà il vero pensiero in sé.

In sostanza si potrebbe sostenere che ogni idea, di forma luccicante e di natura divinatoria, trae la propria linfa e la propria origine dalle carcasse di tutto il pensiero generalmente considerato inutile o addirittura dannoso.

In una sorta di democratico, auto-(in)cosciente e ottimista eterno ritorno dell’uguale di tutto ciò che è pensiero, b-pensiero compreso.

 




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24 febbraio 2004

non si sa che dire, di questo mondo [reloaded] - la parola

La scalinata verso il paradiso è irta e difficoltosa. Ce l’abbiamo scritta nel nostro dna, ancor prima che i genetici avessero un senso compiuto e che mendel scoprisse quello che possiamo essere da quello che deriviamo.

Io non conosco. Non conosco. E non è atteggiamento socratico, è solo dio che scende sulla terra e impone le sue mani su qualcheduno, scelto per simpatia, divertimento e magari anche a soggetto.

Sto scrivendo come una dattilografa. E il non rileggere è la forza di chi scrive, Perché chi rilegge perde il flusso di ciò che diciamo e siamo. Perché ciò che diciamo è quello che siamo. Anche se solo in via incidentale. Particolare. Parcellizzata.

Vienici addosso, nostro “duel”. Perché b.b. me lo ricordava sempre che Spielberg prima che si sputtanasse per squali e extraterrestri aveva un suo perché. Ma lui era un Pasoliniano di quelli duri e puri, e a quel funerale c’era, benché fosse prete.

La scalinata è irta e difficoltosa.

Si tratta solo di scegliere i passi giusti per calpestarla, magari dimenticandosi l'atto in compimento.

 




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23 febbraio 2004

tiri di dadi

Gli ultimi desideri del condannato. Quelli per cui al posto della solita sigaretta e dell’impiccagione ad un ramo di fragola (sì, lo so che non so riportare le citazioni) chiedi che ti sia disvelato il segreto dell’universo o forse più semplicemente ti venga donata quell’accozzaglia di motivi che valgano un perché.

Ora, gli dei Led Zeppelin sono ricapitati qui di fianco ad oggetto cilindrico smerigliato opaco in avvicinamento (con trasfusione liquida da oggetto cilindrico ad oggetto sanguigno scosceso e accidentato), e per fortuna che i tiri di dadi capaci di rubarti tutte le tue fish in un colpo solo neppure li sentiamo.

Mia Signora, che splendore. E mai, mai potrei usare aggettivi-più non ponderando, perché questo è il mondo del semi-allucinato-razionalismo, e di lasciarci andare ad aggettivi di maniera, no no no.

Lo splendore noir permette di concepire la realtà in un tutt’uno non dark né lounge, giusto per alimentare il mito delle nostre citazioni.

Qui si parla in plurale maiestatis non per presunzione, ma per paura di prenderci le responsabilità di quello che diciamo, perché come i romani con il loro “divide et impera”, anche noi abbiamo la necessità, per governare ciò che siamo e ciò di cui parliamo, di spezzettare il nostro dominio in pezzi di puzzle complementari e supplementari.

Mia Signora, il frame intellettivo che ci porta dietro qualsiasi giocata di dadi è un deja-vu di cui neppure noi conosciamo l’esito, anche se fu tracciato, quest’esito, la bellezza della notte dei tempi.

Sia fatta la nostra volontà. E il resto venga definitivamente distrutto.

 




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22 febbraio 2004

la quarantena è finita

Quando arrivai alla frontiera mi visitarono. Per tutte le interminabili notti in quella nave stracolma di topi, miasmi e corpi ammassati non avevo fatto altro che tossire e starnutire. Mi visitarono, sì. Ero malato. Non parlavo la loro lingua. Non capivo nulla di quello che mi dicevano. Non ho mai neppure capito di che cosa mi fossi ammalato.

Quella tosse, quegli starnuti, di cui inconoscibili erano le cause e l’etichetta da affibbiare, rimbombavano per quegli stanzoni spogli e freddi in cui noi malaticci venivamo rinchiusi, come in una specie di assicurazione per la vita (altrui) che, per quanto dovesse riportarci a vita e salvezza, era una prigione senza perché.

Ero partito da quel molo, salpato con quella nave, in quel giorno. Tutto sembrava un definitorio “quel”, quasi fosse architettato in un disegno perfetto.

No, nessun piano perfetto. Tutto si sfaldava di fronte al sangue sputato da una tosse improvvisa e senza colpa. E forse nessun principe, nessun re, nessun delinquente, nessuno di nessuno poteva in quel mondo e in quel modo sfuggire a quella stanza, fredda e ovattata, da cui tutto sembrava informe e cristallizzato, assolutamente senza senso.

 




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