.
Annunci online

  nilus ovvero finzione e realtà..surrealismo e volontà..
 
chi sono dove sono quando sono assente di me?
 


posologia: non prendere nilus troppo sul serio, rischio intossicazione da pseudo-concettualismo
 
are you experienced?
 
 
revolution 3/ nil us
 
 
perché nilus?

perché nilus è il nilo...
è un flusso... di parole...
di pensieri... di stati mentali
perché nilus è un nick..come poteva esserlo mr pink
perché nilus è anonimo
perchè nilus è un fumetto
perchè nilus è multiforme
perchè nilus è il disimpegno

 
 
scrivetemi a:
nilus1979@katamail.com
 
 
 
il razionalista
Il razionalista vive in un mondo empirico e fisico. Il razionalista è pragmatico e calcolatore.
Il razionalista è pratico e razionale. Il razionalista è lucido.
Ad un certo punto il razionalista si sente inabile a gestire la vita.
Il razionalista ha bisogno di bruciare il proprio cervello.
Il razionalista beve di solito.
Ma il razionalista usa la ragione.
Il razionalista pondera ciò che fa. Quando il razionalista non pondera ciò che fa non fa mai stronzate allucinanti.
Il razionalista ha bisogno di allucinogeni. Il razionalista ha bisogno di non controllo.
Il razionalista ha bisogno di vivere una vita surreale.
Il razionalista non deve pensare ciò che è bene e ciò che è male.
Il razionalista deve fare ciò che l’istinto ordina. Il razionalista deve morire.
Al posto del razionalista deve nascere un semi-allucinato-razionale.


25 settembre 2004

oggetto: dimissioni

Con la presente comunico le mie dimissioni con decorrenza immediata.

Ringraziando saluto distintamente.

 




permalink | inviato da il 25/9/2004 alle 1:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (134) | Versione per la stampa


11 settembre 2004

quella mano sulla patta ovvero la bella fagiana

Per cacciare abbondantemente cacciare è necessario ingozzarsi di cibi ricercati e ipo-salutisti di prima mattina.

La pratica della caccia, quella per cui imbracci il tuo fucile, ti vesti con quelle belle divise selvagge e ricercate, quelle di cui vai fiero.

Imbracci il fucile a pallettoni, indossi munizioni come fossi un impiccatore, cammini duro, giungi al bosco della tua fantasia, prosegui lungo il cammino selciato segnato sembrato. Colpisci fuoco fiamme eternità, spari ammazzi finisci divori sul luogo.

La fagiana la incontri come un omicida qualunque lei vittima qualunque, colpo secco alla testa poi potresti ingozzarti del suo cuore piume corpo carne bevendone sangue bollito.

Spari nel mucchio per farla un po’ fuggire, poi la rincorri la placchi la poni faccia a terra inizi a toccarla lei desiderio fatta carne becco e piume.

Quali zampe, nessuna zampa, solo mani e piedi, così il cacciatore la vede così lei è. Lei lei lei appoggia la sua mano sui bei pantaloni da cacciatore di lui, sale fino alla patta, lo accarezza fino all’eccitazione reciproca. Le lingue si cercano, le labbra accarezzano ogni parte, i corpi si dimenano, fino a prolungarsi nell’unica unione possibile, quella per cui non c’è limite alla carnalità, non nominate la parola paura timore pudore.

La bella fagiana si fa possedere lì nel bosco, ansimano, si lasciano andare, giungono al fine al punto definitivo per poi, sudaticci con le piumette addosso, riprendersi tutto quello che hanno abbandonato, nell’unica variante possibile: lui raccoglie le piume di lei, lei raccoglie i vestiti e il bel fucile a pallettoni di lui, pronta a non far fuoco e riunirsi, lei, bella fagiana, con lui, il carnivoro cacciatore. 

 




permalink | inviato da il 11/9/2004 alle 0:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


3 agosto 2004

hiroshima’s restaurant

L’edificio aveva una strana forma a doppio camino. Di cemento, enorme com’era, dominava tutta la vallata, e io da piccolo non vedevo l’ora di avvicinarmici, che di cose meravigliose e fantastiche me ne avevano raccontate eccome. Pesci a tre occhi, uomini che cambiavano volto appena appena quei due camini sbuffavano di quel vapore denso e colorato. Era la sagra della mia fantasia, e tutte le creazioni che l’immaginario di un ragazzino di sette anni riusciva a produrre nascevano indubbiamente da pensieri scrupolosamente rivolti a quella spianata.

La cosa più strana in quell’area di qualche chilometro quadrato era un ristorante, dal nome un po’ esotico e misterioso, l’hiroshima’s restaurant, gestito da un signore un po’ panciuto con mefistofelici baffi e con la bocca sempre sorridente.

Si diceva che bollisse tutte le sue pietanze nell’acqua che usciva dal doppio camino e che veniva rubata da un piccolo tubo che la portava direttamente in cucina. Si diceva anche che bollisse tutte le pietanze nell’acqua che usciva dal doppio camino perché il gusto e il sapore che quell’acqua speciale sprigionavano erano impagabili, quasi inaccettabili per chi era abituato a risaie e poco altro.

Qualcuno sosteneva che quella fosse acqua maledetta, che cambiasse il dna, così dicevano nei loro tormentoni di paese presi a prestito da quello che leggevano chissà dove, e in fondo io non ci ho mai creduto, anche perché a sette anni neppure sapevo cosa fosse, questo dna.

Ricordo che un brutto giorno di quasi vent’anni fa quel doppio camino venne chiuso, e non ne capii neanche il perché.

Quello strano ristorante, nato con quell’acqua che donava vita, morte e miracoli, non poteva che morirne quand’anche la fonte avesse esaurita la propria vena.

Quanto al signore dai baffi mefistofelici, sparì nel nulla e qualcuno addirittura sostenne che mai era esistito, generato dai fantasiosi fumi di quella portentosa acqua.

A distanza di tanto tempo il doppio camino si vede ancora, simulacro da museo paesaggistico, mentre guida la pianura con la sua ingombrante e affascinante personalità.

                                                                                                                          




permalink | inviato da il 3/8/2004 alle 20:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (45) | Versione per la stampa


29 luglio 2004

siamo tutti religiosi

Io ho la mia fenomenologia.

Credo in Dio, ma ho cambiato diverse religioni.

Sono nato ateo perché mio padre era un grande stronzo di bestemmiatore.

In riformatorio, attorno ai tredici anni sono diventato cattolico, per colpa di un figlio di puttana di prete che mi inculcava le sue cazzo di teorie e che, guarda caso, mi riempiva di regali.

Uscito dal riformatorio, dopo il mio primo omicidio sono diventato calvinista, che almeno un po’ mi pulivo la coscienza visto che il figlio di puttana che ho impallinato è morto perché doveva morire, secondo quell'abiurato di un Dio calvinista.

Per riciclare un po’ di denaro sporco e per pulirmi la fedina penale con un bel cambio di vita di quelli modaioli al punto giusto ho costretto un stronzo muso giallo a creare un centro buddista dove nascondermi e fare qualche soldo, e sono diventato buddista.

Quando mi hanno sbattuto in prigione, per non farmi ammazzare da quegli sporchi negri sono diventato musulmano come loro, abbacinato dalla storia del paradiso delle vergini che si fanno scopare quando lo voglio, come gli animali.

Una volta evaso, da buon figliol prodigo sono tornato alla buona vecchia religione di casa, l’ateismo.

Ora sono entrato in uno di quei gruppi satanici, in cui sacrifichi qualche troia di vergine all’anno (prima te la scopi poi la ammazzi con le tue mani), ti diverti ad evocare Satana e ammazzi qualche sporco negro come sacrificio animale.

E non venitemi a parlare di Siddharta, di Hesse e dei suoi cazzo di cambi di vita.

Che si fotta nella tomba, quello stronzo scribacchino. 

                                                                                                                                                     




permalink | inviato da il 29/7/2004 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (30) | Versione per la stampa


26 luglio 2004

psico-patologia animale: il mio cane gaetano

Gaetano era il mio cane, uno di quelli senza pedigree, bastardo fin che si vuole, certo, ma da quando, pochi mesi prima il mio amico Arcangelo me l’aveva regalato, mi ci ero esaltato come un bambino con un giocattolo nuovo.

Era un cagnaccio bello grosso, tutto nero con le orecchie a punta da lupo, giovane e zampettante. Non faceva altro che saltarmi addosso ricercando carezze e regalando leccate da uccidere mosche e zanzare, con quella sua lingua rossa e carnosa, meglio dei vecchi schiacciamosche. In fondo qualche scarpata gliela tiravo pure, non sopportavo saltasse addosso in quel modo così scomposto e travolgente. Però era il mio adorato, e in quei pochi mesi in cui ci convissi mi ci affezionai, come si dice, proprio come ad un cane.

Ricordo che quell’estate prenotai una di quelle vacanze marine con gli amici, e un po’ triste lo ero, perché quel bel cagnone stupido ma affettuoso non poteva venire con me.

Chiamai il mio compare, un losco figuro con gli occhi castani e i capelli mori totalmente mossi, quasi, ingestibili. Salimmo in auto, io, lui e il cane Gaetano. Imboccammo l’autostrada, ascoltando reggae e canticchiando alla maniera stranita e fumata di Marley.

Era giunto il momento.

Lo presi, lo accarezzai. Guardai il mio cane Gaetano per l’ultima volta, fino a specchiarmi in quegli occhioni verdi che mi continuavano a fissare speranzosi e felici. Ci fermammo in una piazzola di sosta nella Milano Alessandria, mi guardai intorno attento a non farmi vedere da nessuno, aprii la portiera della macchina e lui, scodinzolante come fosse un nuovo gioco, uscì.

Chiusi la portiera e dissi al mio compare di muoversi, che nessuno ci doveva beccare.

Dopo pochi secondi il bolide già superava, dimentico e sollevato, i 150 all’ora.

                                                                                                                                                                                           




permalink | inviato da il 26/7/2004 alle 10:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (71) | Versione per la stampa


21 luglio 2004

mr charlie

Di Mr Charlie non ho ancora parlato. Ha gli occhi pesti, qualche capello bianco e una cicatrice sul braccio che ricorda una vecchia storiaccia con il suo spacciatore di fiducia (quel fottuto figlio di puttana gli aveva venduto una partita avariata, quel bastardo).

Mr Charlie è completamente andato. Il suo cervello ormai non risponde più agli stimoli delle persone normali come me (quelli con una fedina penale sporca ma non troppo, criminale ma non troppo, assassino ma non troppo). Sarebbe pronto ad uccidere e sparare per una sigaretta non accesa o per un cocktail preparato male.

Insomma è un gran figlio di puttana succhiacazzi di cui è bene non essere mai socio. Non si sa mai se un giorno Mr Charlie si sveglia e decide di farti saltare il colpo perché si mette a gridare e sparare in strada senza motivo, oppure se fa saltare le cervella di un commesso solo perché lo ha guardato in faccia.

Dovrei scaricarlo, magari in una discarica con qualche pallottola addosso.

Ma Mr Charlie è un amico, e io sono un uomo d’onore.

 




permalink | inviato da il 21/7/2004 alle 16:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (31) | Versione per la stampa


20 luglio 2004

soldi e rispettabilità a buon mercato

Ho bisogno di soldi. Cerco di arraffarne in ogni modo. Non per l’eroina, che non mi costa un cazzo.

La realtà è che ho la necessità fisica di rubare, di sentirmi ricco. Voglio entrare nel giro che conta e passare la barricata dell’omicida. L’omicida è un esecutore, un lavoratore dipendente. Nulla più. I veri soldi si fanno lavorando in proprio.

E io voglio diventare manager di me stesso e di qualche assassino prezzolato, possibilmente di un bel giovane con il sangue che brucia, da pagare poco e da fare lavorare molto.

Sì, ci sto pensando da un po’ a che ramo dedicarmi.

Quello degli omicidi è un lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare, rischioso ma molto ben remunerato. I fottuti figli di puttana di piedipiatti, poi, se fai fuori qualche altro stronzo criminale ti lasciano in pace. L’importante è non sgarrare con qualche scena alla mezzogiorno di fuoco in mezzo a bambini, madri e nonnette del cazzo. Insomma, lavoro chirurgico e silenzioso e nessuno si lamenterà.

Le rapine sono una bomba ad orologeria: prima o poi vieni beccato, e nelle mie condizioni di fottuto ex-detenuto non è molto indicato.

Lo spaccio è un settore in cui ci sono troppi pesci grossi: mafia italiana, russa, cinese. Sarei solo un piccolo e stronzo anello della catena.

Sui rapimenti ho dei pregiudizi. Vanno contro il mio codice morale: troppo risalto mediatico.

Per diventare uno strozzino, oltre a qualche intimidatore senza scrupoli e fidato, avrei bisogno di molto cash, quindi lo escludo a priori.

Di rubare le fottute caramelle ai fottuti bambini non ne ho più voglia.

Sì, ho deciso. Assassini di classe.

Sta iniziando una nuova vita. Quella del criminale in giacca e cravatta, rispettabile e professionale, con in bocca un bel cubano e al dito un luccicante anello.

 




permalink | inviato da il 20/7/2004 alle 22:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (62) | Versione per la stampa


19 luglio 2004

contrazioni muscolari indotte

Il fascino del deflusso di sé appare nobile e distaccato, e in fondo chiedersi perché le dita in quel modo naturale e sotto-ritmo sbattano contro muri improvvisati di tasti semoventi, ebbene, avrei addirittura l’ardire di sostenere che la parte per il tutto fatica a sostentare ciò che è sospeso attraverso quattro gambe color nero e forma circolare, tipo quei tubi metropolitani odoranti asfalto acciaio e qualche altro metallo fors’anche poco nobile ma così affascinante, d’altronde si parlava proprio di fascino, nevvero.

Il punto. Dovessimo soffermarci sul punto non riusciremmo neppure a girare la testa attorno a superfici sfalsate a segni sanguinolenti, saranno forse tutte quelle zanzare puntute spiaccicate sui muri da desideri omicidi che non riescono a trovare soddisfazione causa riflessi ritardati e accidia incipiente.

Mi chiedo, me lo chiedo sempre, sebbene con un quel ghigno da figlio di buona donna che tanto sollazza giovini signorine alla ricerca di chissà cosa, dicevo, me lo chiedo sempre, di quanti arrivano a questa riga e quanti ancora proseguano dritti senza in fondo avere alba di ciò che l’attore protagonista nonché sceneggiatore e regista di se stesso porta a compimento in quel turbinio poco incline al compromesso eppur ammiccante quanto basta. Quanti perseguono la strada dell’inconoscibilità, quanti si incamminano per sentieri che diradano non poco, o forse semplicemente molto molto meno.

Chiamateli atti di fede, perché altro non sono, neppure per me stesso.

Di atti di fede ne sia pur pieno il deserto, sotto forma di oasi alberate gonfie d’acqua, il punto, si diceva, il punto è arrivarci. Che basti una piccola curva di qualche grado goniometrico per perdere la direzione, in fondo non servivano gli euclidei per sostenerlo.

Che il paradosso si sublimi in una direzione conosciuta solo ex-post, che i piedi consumino palmi e dita, che si giunga al calice tra soli multicolori e squillanti scampanellii.

E che il resto taccia per sempre.

 




permalink | inviato da il 19/7/2004 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


18 luglio 2004

dignità di una sanguisuga

La birra l’avevo appoggiata nel frigo qualche giorno prima. Era rimasta aperta, ma in fondo era fresca e giallastra, il che, come condizione, bastava tutta quanta per scolarsela a forza disteso sul letto.

 

...Quand’ecco liberommi da quella satanica presa.

Il maligno mi aveva circuito, comprando la mia utilitaristica adorazione per nulla a buon mercato.

Il prete impugnò il crocifisso, la sua mano iniziò a volteggiare davanti a me, croce su croce. Io lo guardavo con occhio divertito, perché ancora dell’indemoniato non me l’aveva dato nessuno.

In fondo non perché frequentavo Robbie, vecchio porco incallito e sudaticcio, dovevo farmi esorcizzare...

 

Robbie mi saltò addosso. Come uno di quei cagnolini che si avvicinano alle cagnette mentre camminano per strada, uno di quelli che non molla l’osso fino a quando l’osso non gli viene ceduto. O fino a quando non gli arriva un calcio in faccia, indistintamente.

Io un po’ lo facevo fare. Osservarlo perdere ogni dignità era in fondo un grande spettacolo a cui molto di rado mi permettevo il lusso di rinunciare.

Ad un certo punto gli tirai uno spintone, corredato da una bestemmia e qualche insolenza, come spesso e volentieri si meritava. Lui cercò di reagire, dopodiché alla mia successiva invettiva contro lui, dio e i suoi fratelli, capì che non era aria.

Ripresi la mia birra sgasata, succulenta come non mai, ne sorseggiai un poco alla volta, dopodiché la rovesciai sulla testa di Robbie, giusto perché era un fottuto figlio di puttana pronto a tutto pur di poter scaricare i propri ormoni da cinquantenne depresso addosso a qualcuno.

E la moneta di scambio che offrivo a quel depravato valeva pure una buona quota di umiliazione quotidiana. Lui rise divertito, quindi saltò sul letto e iniziò, come suo solito, a strusciarsi.

Stavolta lo lasciai fare.

 

 




permalink | inviato da il 18/7/2004 alle 22:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


7 luglio 2004

cane mangia cane

Non so se tutto iniziò da quel giorno in cui cominciai, quasi involontariamente, a farmi di coca.

Ma se dovessi analizzare gli anni seguenti con una certa calma e pacatezza alla luce di ciò che significò per la mia vita a venire l’uso (che ancora non si poteva definire abuso), non potrei che dire quanto essi furono segnati da quell’esordio così predestinativo. Sia chiaro, qui non si fa vittimismo spicciolo, né si cercano alibi di sorta, perché almeno un po’ ci si gode sopra una storia così.

Certo, non fu un caso che a 14 anni, poco dopo essermi incipriato il naso, per uno stupido battibecco con un mio compagno di scuola semplicemente decerebrato a cui neppure avrei dovuto rivolgere un misero miserrimo sguardo tanto era il “palla di lardo” di turno, dicevo, non fu un caso che gli piantai le mani al collo quasi a soffocarlo spaccandogli naso e labbra a forza di testate.

Non fu neppure un caso che passai il mio bel mesetto di riformatorio, ben meritato, in fondo in fondo, di fronte a cotanta giovanil-ferocia.

Il decerebrato venne pure portato all’ospedale, grida da una parte urla dall’altra, professoresse che mi intimavano di non avvicinarmi, manco fossi uno di quei serial killer come ne avevano visti in troppi libri e film, qualche “assassino” urlato qua e là, ma in fondo i cari spettatori della scenetta se la stavano pure spassando, secondo me, da veri turisti da strage. E come dare loro torto. Io forse avrei fatto anche peggio.

Ok, avevo deciso. I paradisi artificiali non erano più per me.

Tutti d’accordo, certo. Infatti qualche cazzo di stronzo giorno dopo mi imbarcai nella più grande cazzata della mia vita e mi piantai una bella pera di ero nelle vene. Lo feci con classe, questo sì. Niente scene alla trainspotting, niente dipendenza stretta, giusto qualche significativo calo psicologico, che, lo ammetto, mi porta a perdere coscienza delle mie azioni in modo incontrollabile, ma che ho imparato a dissimulare alla grande.

Ormai neppure dio si accorge quando il mio cervello si stacca e la mente si ottenebra.

Ah, non preoccupatevi, si campa lo stesso.

 




permalink | inviato da il 7/7/2004 alle 22:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


6 luglio 2004

piccolo grumo bianco

Io non ho mai creduto alle predestinazioni.

Io mi faccio di coca da quando avevo nove anni. Ne trovai per caso in un cassetto della camera dei miei genitori mentre stavo cercando qualche moneta di qualche posto esotico chissà quanto lontano in cui mio padre si recava nei suoi viaggi di lavoro.

Trovai quella bustina e non capii cosa fosse, ma ovviamente ci infilai il naso, come sempre facevo con tutte le cose nuove e sconosciute. Ricordo che mi bagnai le dita e le intinsi in quel piccolo grumo bianco, dopodiché le portai alla bocca e mangiai ciò che mi sembrava zucchero con una naturalezza che ricordo ancora, nonostante ogni giorno mi chieda se sia tutto una grande invenzione che la mia (in)coscienza mi impone per diminuire l’atavico rimorso nei confronti di me stesso e di tutto ciò che mi circonda.

Mi ritrovo ora, a 24 anni, come si definisce un qualsiasi semi-tossico del cazzo. Di quelli che non moriranno mai di overdose. Di quelli che continueranno a campare piazzandosi qualche polverina tra le narici, per piacere fisico, psicologico o semplicemente perché s’ha da fare.

E non venitemi a parlare di sensi di colpa, gioventù bruciata e lisergici giochi.

Manco il fanciullino che è in voi li vive.

Che se fossi nato al tempo di quegli inglesissimi scarafaggi brucia-passato mi drogherei anche un po’ di più.

 




permalink | inviato da il 6/7/2004 alle 20:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (34) | Versione per la stampa


1 luglio 2004

posologia

La lunga passeggiata iniziò quasi per caso.

Era mattina, in fondo una mattina come tante altre, forse semplicemente più calda e soleggiata. Non feci neppure colazione. Niente caffè, niente succo d’arancia, niente croissant di rito. Comprai solo il giornale, per poi lasciarlo infilato nelle tasche della borsa, come sempre in questo rituale che ripetevo da anni.

Quella mattina non accesi neppure lo stereo e di ciò neanche mi accorsi, nonostante la stranezza della situazione calatami addosso tutta d’un colpo.

La realtà era che non avevo una grande voglia di parlare. Non salutai neppure il giornalaio, mi diressi alla fermata del tram col pesante fardello alla spalla destra e con il telefono in mano come se aspettassi una parola che mai volevo giungesse.

Salii sul tram spingendo per sbaglio ma non troppo una vecchia signora che ogni mattina incrociavo lassù, in quella piattaforma semovente stracolma di sudore e parecchia mestizia.

Mi piantai tra finestrino e obliteratore, come sempre pronto ad estrarre e timbrare il mio biglietto vergine al minimo segnale di pericolo. Però quella mattina per quanto i miei occhi fossero fissi alla porta dubito sarei riuscito ad accorgermi di nulla, figuriamoci ad allungare le mie dita alla macchinetta.

Non ce la feci. Scesi alla prima fermata, mi diressi al primo angolo e vomitai tutto quello che avevo nello stomaco, tra l’auto-compiacimento tipico di chi ostenta la propria sofferenza e la soddisfazione per avere finalmente sparato fuori tutto quello che lo stomaco, da troppo tempo, tratteneva con un’avidità incontrollabile. 

                                                                                                                                                     




permalink | inviato da il 1/7/2004 alle 0:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


24 giugno 2004

cosimo l’idraulico

Io Cosimo l’idraulico non l’ho mai visto. Accento pugliese, me lo immagino con barba un po’ incolta, qualche chilo di troppo e la camicia abbottonata anche d’estate.

Cosimo al telefono ha toni un po’ bruschi, tipici di chi non ha tempo da perdere e non vuole sentire troppe spiegazioni su tubi, boiler e chissà quant’altro.

Preventivi, pezzi di ricambio, lavori da disossar muri e piastrelle, nessun problema, ci pensa lui, lui e il suo fido aiutante, che chissà che faccia ha perché io mica l’ho visto, manco quello.

Il numero di telefono di Cosimo l’idraulico, che mi diede l’amministratore di condominio, faccia da piacione e accento meneghino, alto di statura e sempre pronto al consiglio tipico del buon padre di famiglia, lo conservo gelosamente da mesi nella mia rubrica telefonica, quasi abbia dovuto metabolizzarlo del tutto, cifra dopo cifra, prima di schiacciare quel bottoncino che mi ci ha fatto parlare per la prima volta venerdì scorso.

Da quel venerdì ne è passata di acqua sotto i ponti e dentro i tubi. Ma il boiler, sempre inagibile, non aspetta altro che le sue abili e decise mani compiano il miracolo, affinché le mie stanche membra possano finalmente evitare di godere del privilegio di congelarsi ad ogni doccia mattutina decidano di regalarsi.

 




permalink | inviato da il 24/6/2004 alle 21:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


17 giugno 2004

arsura

Oggi ho mangiato uno spiedino di pesce.

I gamberetti erano un po’ mollicci e salati, e non ho potuto fare altro che attaccarmi all’acqua gasata per cercare di lenire quella sensazione di arsura tra labbra, lingua e palato.

Oggi il piatto era scheggiato. Non ho ancora capito se la scheggia l’ho ingoiata oppure no. Ancora non sento nulla, magari un chirurgo tra qualche anno troverà un pezzo di ceramica scrostato diventato chissà cosa, proprio lì dentro, nella mia pancia.

Dello spiedino ricordo che c’erano tanti tipi di pesce, di cui però non conosco i nomi. Ma in fondo non ci tengo a darne, di nomi.

Il medico da cui andrò a farmi visitare mi farà l’anamnesi, mi regalerà un bel quantitativo di medicine e io inizierò, come sempre, a prenderne le prime, per poi lasciarle sul comodino, ad accumulare polvere su polvere che la notte inspirerò tutta quanta col mio naso, fino a morire di allergia, mia cronica, invasiva e splendidamente perenne compagna di vita.

Oggi ho tanta sete, vado ad ossigenarmi i polmoni con un po’ di acqua gasata.

 




permalink | inviato da il 17/6/2004 alle 23:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


13 giugno 2004

history repeating

In un benestante paese di cinquemila anime del ricco nord-est le elezioni a sindaco si vivono con un basso profilo tutto friulano. Calma e tranquillità apparente, pochi cartelloni incollati a deturpare il verde e gli spazi di cui gode quell’agglomerato così vivibile, sembra che il paesino sia avvolto da parole pronunciate a bassa voce.

Sarà lo stato di attesa per risultati incerti come non mai, sarà la fredda dignità che una giornata di nuvolette un po’ maliziose riesce a trasmettere a tutto ciò che si trova sotto di esse, ma fare una passeggiata di un quarto d’ora e ritorno per recarsi al proprio seggio, nella vecchia biblioteca, infonde quella medesima sensazione di ovattamento che il piccolo centro vive.

Pochi candidati in giro a farsi vedere, in disparte, tra tensione mal celata e timidi scambi di sorrisi di chi non vuole apparire troppo invasivo e sovra-esposto nel giorno della scelta.

Fuori dal seggio la solita coppia di carabinieri, ad annoiarsi per difendere da chissà cosa quegli scrigni di futuro comunale, mentre chiacchiera di clima, vacanze e giornate al mare saltate con qualche elettore più socievole di altri.

L’ex-biblioteca, quella in cui a dieci anni andavo a spulciare per trovare vecchi numeri di Topolino anni ’70, persa la sua originaria forma e funzione, accoglie giovincelli al primo voto, esperti votanti quarantennali, ragazzi che brandiscono il proprio certificato elettorale stancamente fissandolo, quasi da un momento all’altro potesse cambiare forma colore o sostanza sotto i propri occhi.

Io ed E. entriamo, fingiamo di dare un’occhiata ai cartelloni esposti, o forse li guardiamo veramente, perché tutte le preferenze da scrivere mano a mano mica si possono ricordare a distanza di dieci minuti dall’ultima occhiata, per strada, a quegli orridi cartelloni.

Ci avviciniamo ai banchetti, con Martina ci lasciamo andare alle solite battute e sorrisi, non ricordo neppure su cosa, parte la procedura “signor …, si diriga alla cabina due”. Entro, momento di vuoto, partono le croci, poi via ai nomi. Riguardo le schede, il pensiero alla possibilità di aver sbagliato a votare, non si sa mai. Altra occhiata, rapida rapida, la mente è staccata, meccanicamente piego le schede, esco, sorrido ancora con Martina, “il signor … ha votato”. Aspetto E., usciamo dal luogo in cui anche se si parla sembra che ci sia solo un gran silenzio attorno, peggio di un cimitero.

Si torna verso casa. Un aperitivo per rimettere in sesto il naso otturato e per sciogliere un pò i muscoli dello stomaco ci vuole tutto.

 




permalink | inviato da il 13/6/2004 alle 20:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


9 giugno 2004

spartiti

Negli stati di alterazione delle percezioni ogni causa diventa effetto ed ogni effetto si disperde tra pensieri, parole, sequenzialità sonore e occhiali non più inforcati.

Qualche vecchio saggio suggerì che la probabilità di giungere al punto in quegli stati si riduce in maniera sostanziale, provocando di riflusso una deriva verso soggetti (caratteri, ndr) pariteticamente definibili come residuali, ovverosia non specificamente definibili.

Ebbene, cari lettori, per quanto in codesto mondo (alterità, ndr) ogni sostanzialità appaia mis-interpretata, la convinzione sulla prevalenza della componente essenza (indefinibile come da pre-trattati, ndr) provoca, a ruota, l’idea che la praticabilità della dissociazione essendo salvezza, tormento e tantalico percorso, pervada ogni parola la vostra (a me) cara persona sia in grado di leggere, perdipiù musicalmente rielaborando, a soggetto, lo spartito di successione binaria contenuto in questo ambizioso calderone di pre-rappresentazioni.

I signori convengano che i tasti, per quanto sovrapposti e sconnessi, permettono a qualunque (cre)autore (di se stesso, ndr) di porre se stesso, in luogo di punti di piano intersecati da trasversali incidenti, nel (non)rappresentativo sistema di [xk§ç^].

 

(Non)fuggite, miei cari signori, siamo alla parola.

Tormentavi, quanto basterà a porvi lì a lato, perché il retro di arazzo che state disegnando con voi stessi vi servirà a malapena ad orientarvi in quello scarno contenitore laffuori.

 




permalink | inviato da il 9/6/2004 alle 21:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


8 giugno 2004

di buffet-tristezza in salsa varia

Al buffet-tristezza un piatto di pasta, anche se scotta ed insipida, non te lo rifiutano mai.

A dire il vero non lesinano neppure in fette di carne da farci suole per scarpe, in kiwi duri come cemento armato oppure, senza scelta, completamente spappolati, buoni per farci cene per vecchi senza denti.

Il buffet-tristezza è luogo di ritrovo multi-razziale, pluri-sociale e pure un po’ squallid-minimalista.

Con quei suoi tavoli su piastrelle color grigio-metropolitano, con quei lampadari anni ’60, con quelle sedie da bar di provincia, bè, ogni giorno che passa mi ricorda di più quell’atmosfera sotto-tono e sempre un po’ triste esalata dalla gavetta marcovaldesca.

Il buffet-tristezza però ti si attacca ai vestiti, quasi come le cipolle appena cotte.

E così non c’è verso di sfuggire ad un destino improvvisato. No no, non c’è modo. E così che fai? Non ti accontenti del pranzo, ma raddoppi, e ti ci butti a capofitto pure a colazione.

La signora taciturna a mezzo sorriso che ti porge il caffè in un locale vuoto, il figlio adolescente che spacca i timpani con musica improponibile dimenticandosi forse che a scuola si va ancora alla mattina, il padre, con camicie che non bastano mai a coprire del tutto quelle imbarazzanti rotondità, che batte lo scontrino mentre tu scrocchi qualche occhiata ai titoli del giornale di riferimento, brioche scipite senza quella bella crema carica e calorica che non assolvono neppure al ruolo standard richiesto.

Lo prometto, una mattina o l’altra, mi deciderò a cambiare cibo-pusher.

Una mattina o l’altra.

 

[filone analitico-sensoriale: effetti distorsivi nella ricerca peripatetico-infinitiva di estremi repulsivi di famelico confronto con esperienze di vite sepolte]

 




permalink | inviato da il 8/6/2004 alle 21:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


7 giugno 2004

io non sono cane-affettivo

“Ma il tuo bisnonno era di Pisa?”. Iniziò tutto così.

Una parola tira l’altra. “Di che sesso è il cane?”

“Il mio problema è la memoria. Ho ripetuto ossessivamente per tre giorni le stesse identiche medesime frasi. Torno a casa e la memoria si sgombra, manco un miseria di reminiscenza. O meglio, qualche piccola reminiscenza c’è, tipo quelle delle tradizioni orali, per cui ripeti pari pari la frasetta non curandoti della pronuncia, sia essa corretta, inventata o semplicemente storpiata come quando un siciliano trapiantato pronuncia ‘peace and love’ alla stregua di un vago ed incoraggiante ‘pisenlo’.

‘Li lavi tu – si diceva – a racchettoni nessuno dio ci benedica e quello che dorme lo impicchiamo la maglietta toglila la foto ottocento grammi in più sul piatto la testa nella sabbia no no’."

"Scusate le dimenticanze.”

[vuoto]

in un supermercato in un supermercato in un supermercato in un supermercato in un supermercato in un supermercato

"il mio cane si chiama ben (ito)"

in un supermercato

                                                                                                                            




permalink | inviato da il 7/6/2004 alle 20:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


4 giugno 2004

cronaca di un involontario tecno-suicidio, e ritorno

Ci mancava pure l’involontario suicidio a riempire la mia vita di blogger.

Vi pare che sia da me farmi fuori? E poi in questo modo, figuriamoci, mi vengono i capelli dritti solo all’idea che i capolavori contenuti qui dentro possano essere bruciati con un anonimo click di elimina.

Niente di tutto questo, cari prigionieri.

Ci sono delle cose che sono difficili da capire. Questa è una di quelle.

Uno si lascia andare a motivazioni alte ed ideali. Porta avanti il verbo del suo essere. Nega l’uguale eternità. Avanza dubbi sul nulla. Cerca quel fil rouge che lega tutto quello che ha davanti agli occhi, sia esso finta rappresentazione di una matrice un po’ invasiva, sia etichetta di un dado, chiamato anche dado.

Ci sono delle cose che sono difficili da capire. Questa è una di quelle, miei cari prigionieri.

Ecco, sì. Io l’html non l’ho mai capito. Per la verità non me ne è mai importato granchè di impararlo. Tipo il vecchio che pur di non imparare ad usare il telecomando della tivvù si alza ogni volta per aumentare ed abbassare il volume.

Bene. Anzi, male.

Stasera decido, per la prima volta, di prendere in mano il telecomando per rimuovere un vecchio e usurato tasto. Anzi, mica lo decido. Lo faccio e basta, in piena sindrome occhio spento ed espressione cerebrolesa. Seleziono un pezzo di codice di html dal dorso del mio blog. Lo cancello. Puf.

Tutto sparito, bianco. Porca miseria, due righette su una pappardella di settanta righe, cosa volete che sia. E invece, puf.

Tutto sparito, bianco.

Soprassediamo sugli stati d’animo immediatamente successivi. Soprassediamo sulle telefonate ed email destinatari chiunque immaginavo capisse qualcosa di ‘sto come si dice, html. Soprassediamo, soprassediamo, soprassediamo.

Dio stra-maledica le mie dita e quei grilli per la testa da dr Frankestein da due soldi.

Ah, e che Dio si ricordi di stra-benedire quel santo che mi ha riportato alla vita, meglio dell’adrenalina piantata nel cuore della signora Wallace in quella finzione pulp di mondo.

 

[per gli appassionati che non hanno seguito la vicenda, il vostro eroe nilus è rimasto oscurato per ore causa impedimento tecnologico dello stesso curatore di nilus, il quale in questo momento vi sta parlando in terza persona, mettiamo il caso non ve ne siate accorti]

 




permalink | inviato da il 4/6/2004 alle 1:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (30) | Versione per la stampa


2 giugno 2004

già che ci siete metteteci pure il titolo

Ho due pc accesi, una pila di libri sul comodino in arretrato, più di dieci film con cui ingozzarmi, uno dietro l’altro (tra cui capolavori come “il sergente maggiore Lubos”, “Henrietta Balashnikov”, “socio-biografia di un piromane”). Metteteci sopra un buon numero di cd più o meno nuovi con cui eroinizzarsi, la solita vagonata di email da scrivere in ovvio e indecente ritardo, la solita quota di numeri di telefono non digitati nonostante tutte le promesse, dividete tutto quanto per lo stato di rappresentazione che presuppone una svelta e fredda analisi di camicie stropicciate, sonni andati a male e cartoni di latte assenti dal frigo.

Ecco, a questo ritratto ci togliete la facoltà della parola, aggiungete altresì una certa qual accidia di fondo, moltiplicate il tutto per quello stato sottopelle di incontentabile, contraddittoria e frenetica calma. Appoggiate quindi i vostri bei piedini, un passo alla volta, sul percorso che vedremo sempre segnalato (qualcuno sostiene per aiutarci, ma in fondo non ci credo granchè) e che nessuno, state tranquilli, provvederà ad eliminare.

Indi sparate fuori la vostra dose di parole, opere, omissioni e consigli. Io vi ascolterò e registrerò tutto. Preparerò il caminetto che non ho, ogni oggetto per essere sterilizzato verrà messo a bollire nel calderone, rubato a chiunque si sia accampato qui dentro per più di qualche minuto.

Infine chiamerò il rigattiere e gli cederò tutto in blocco, per uno di quegli ovetti di cioccolato con cui si conquistano i bimbi.

Qualcuno ha da accendere?

                                                                                                                                                                                                       




permalink | inviato da il 2/6/2004 alle 17:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


2 giugno 2004

bande nere

Stanotte hanno cercato di derubarmi tre volte.

Non mi era mai successo in tutta la mia vita. Che poi dici che le cose non succedono tutte assieme, quando meno te l’aspetti, tranquillo e beato con la tua borsa, tutto imbellettato col vestitino di circostanza.

Un attimo prima sei in un ufficio. L’attimo successivo ti ritrovi sbalzato in una zona sconosciuta, totalmente, non fosse per il nome che diventa etichetta e che ti ricorda le cartine della metropolitana milanese. Guarda caso il paesaggio ad ogni istante successivo si popola di particolari sempre più puntuali e concreti. Esci da un edificio che funge, improvvisato, da quasi ufficio e casa di due amici che tra loro nulla hanno a che fare.

Ogni istante un oggetto in più. Il dipinto si popola da solo, come ci fosse chi provvede a rappresentare gli eventi proprio lì, proprio in quel momento.

Esci da quell’edificio, arriva una macchina con dentro altri amici. Baci e abbracci, sorprese inconsce e meraviglia notturna. Gli amici spariscono d’improvviso, tanto veloci quanto erano apparsi ai tuoi occhi.

Esci da quell’edificio, decidi che fare, la metro lì ad un passo. Bande Nere. Quella che era solo etichetta si materializza, ci metti il naso dentro, scendi le scale.

Si avvicinano in due. Provano a sfilarti tutto quello che possono. Ti dimeni. Se ne vanno. Nessuno apre bocca. Poi ancora due. La scena si ripete, a distanza di qualche metro e secondo. Poi ancora un’altra volta.

Purissima incredulità, silenzio dei passanti. Scendi altre scale e ti ritrovi in un tram. È diventato giorno, d’improvviso. Parli con una signora accanto a te che ti spiega una parte di Milano splendida e mai vista prima, medievale e (in)credibile. Non perdi neppure tempo a raccontare ciò che ti è successo, tutto quanto ha il sapore di un ennesimo ritratto con qualche dimensione in più.

Il gallo ha cantato. La tensione svanisce e diventa sorriso.

 




permalink | inviato da il 2/6/2004 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


1 giugno 2004

prima uno poi l'altro

Il giorno che incontrai il mio boia non è mai esistito.

Non so perché ne parlo. Né voglio trovare motivazioni di sorta, inconsci da scomodare o surrealismo spicciolo a cui attingere.

Certe cose si vedono e basta, senza occhi né sensi.

Erano le tre e passa, non ricordo bene. L’orologio al buio non si illuminava abbastanza e a me, in fondo, non interessava saperne di più. Fossero state le tre, le quattro o le sei non sarebbe cambiato molto.

Hai presente quando pezzi di notti distanti mesi forse anni tra loro si ricongiungono destabilizzando quell’idea, quel ricordo che possiedi.

Quell’ibrido creato è la memoria. Strano che si materializzi così. Non servono foto, non servono deja vu. Non servono telefonate. Basta un piccolo flash. Quell'ibrido creato porta con sè la parola redloo, che si materializza in un colpo allo stomaco. Senza ferite, senza sentirlo.

Quella volta avevo la finestra aperta. Non mi succedeva mai, sempre chiuso ed intabarrato, in un buio totale, senza dimensioni. Invece quella volta me la sentii dentro e dovetti aprire tutto, e tutto mi sembrava normale, quasi non avessi vissuto nulla di diverso fino a quel momento.

Stanotte le dimensioni erano state dimenticate. Non c’era luce. Non c’era suono.

Un occhio aperto. Poi il secondo. A cercare di penetrare il buio.

Eppure rieccomi lì, dov’ero quella volta.

 




permalink | inviato da il 1/6/2004 alle 20:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


31 maggio 2004

sogni di bambino

Gentile utente,

la informiamo che l’abbonamento che in data primordiale ha sottoscritto con noi è giunto ormai a scadenza.

Tuttavia, caro e adorabile utente, la nostra casa madre, la Vinavil Inc., Madre di chiunque onori, anche controvoglia, la tariffa che l'esistenza ci porta ad avere con la Signora, Le offre la straordinaria possibilità di rinnovare l’abbonamento di fornitura ventennale con cui potrà godere delle piccole gioie della vita che ogni soggetto degno di intelletto si rifiuta di vivere.

In questo modo Lei potrà rovesciarsi il nostro prodotto sui capelli e su qualunque altra superficie villosa.

Per i più arditi consigliamo, inoltre, la funzione “impiastriccia il tuo migliore amico, anche se non esiste”, prontamente spiegata nel foglietto illustrativo all’interno della confezione.

Il prodotto va utilizzato con una colonna sonora da galera, sparata nei timpani del vostro vicino di casa.

Il costo della fornitura, pari a zero per i primi sette mesi, sarà tenuto a Lei nascosto per regalarle una dolcissima sorpresa allo scadere dell’ottavo mese, che Le sarà recapitata a casa da un nostro schiavo di fiducia.

Per un miglior uso si consiglia di inalare abbondantemente prima del godimento del prodotto.

 




permalink | inviato da il 31/5/2004 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


25 maggio 2004

per nessun motivo in particolare

L’avevo già chiaro in testa prima di scriverlo. Qualche piccola rappresentazione del tram che prendo la sera, quello che mi riporta a casa. Rappresentazioni tipo che non lo prendo al capolinea e che mi siedo sempre quando il tram è vuoto e poi si riempie, ma in fondo è come se non mi accorgessi di nulla.

Poi mi metto qui davanti e capisco che le dita vogliono andare da un’altra parte, quindi, mioddio, perché forzare l’irrefrenabile e costringere il vapore ad esercitare la sua spinta nella pentola a pressione, quando una semplice leva può liberarlo sollevando le pareti di acciaio?

Non chiedetemi la direzione di quelle dita, perché ancora adesso non ho imparato a conoscerle abbastanza da riuscire a predire il loro futuro, e in fondo chi ha detto che ciò mini la mia (e la loro) identità.

 

La sera quando torno a casa prendo un tram. Quel tram potrei decidere di prenderlo al capolinea e invece poggio un passo dietro l’altro giungendo ad una delle fermate successive, abbastanza squallide, a dire il vero, con quelle rotaie che sbucano dalla strada e i marciapiedi che dividono il tram stesso dal luogo della battaglia che le auto a fianco vivono. Quel tram, quasi ovattato, è sempre vuoto. Io ci salgo e ogni tanto me ne sto in piedi, così, per nessun motivo in particolare, forse solo perché mi dimentico che mi posso sedere. Altre volte quasi trafelato mi butto di fretta sul primo sedile come se il qualcuno che non c’è potesse rubarmi l’unico posto verso il paradiso.

Quel tram, strano depositario di una verità fatta di lamiere, vetri abbassati e conducenti anonimi, è un bel tunnel di transizione, in cui chiunque vi salga funge da comparsa, come ad arricchire un piccolo ed itinerante presepio con pastori senza gregge, falegnami e nutrici.

 

Non chiedetemi la direzione delle dita, perché ancora adesso non ho imparato a conoscerle abbastanza da riuscire a predire il loro futuro, e in fondo chi ha detto che ciò mini la mia (e la loro) identità.

 




permalink | inviato da il 25/5/2004 alle 23:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa


25 maggio 2004

have been locked

La porta non si chiude mai del tutto.

Per quanto tu la sbatta forte forte, quella cazzo di cerniera che dovrebbe spingerla del tutto stipite contro stipite non fa mai il suo dovere e basta che una di quelle vecchie megere che abita nel mio edificio non si ricordi di tirargli un altro spintone appena messo il piede fuori da quel portone che a quel punto rimane con quella fessura aperta. Il punto è che apparte gli spifferi assurdi può entrare chiunque, per cui ti ritrovi in quel cavolo di atrio un soggetto qualunque che viene a curiosare tra le pagine gialle nuove buttate lì da qualche parte perché ogni condomino prenda la sua dose annuale, come se bastassero quei fogliacci gialli per conoscere i fatti altrui.

Ho chiesto all’amministratore che cambi quelle cerniere, che sigilli quelle porte, che non faccia entrare nessuno, che chi c’era c’era e chi non c’era moriva, in un attimo, senza storia né futuro.

Mi basta la cassetta delle lettere. Lì ci metteranno tutto, mittente, destinatario, oggetto, timbro, pure il francobollo.

Ditemelo se volete tenere la porta aperta, brutte streghe irrispettose. Vi manderò uno dei miei scagnozzi che vi chiuderà fuori e mai più metterete quel vostro naso, umidiccio e screpolato, tra le guarnizioni della grande porta di vetro.

 




permalink | inviato da il 25/5/2004 alle 0:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


23 maggio 2004

dico adunque che le arme con le quali uno principe difende el suo stato [...] e (non) è maraviglia *

Partiamo dunque dal'epifania delle nostre più chiare e trasparenti forme di auto-compiacimento.

 

Vissi, ascoltai, lessi.

Vissi l’amore. Ascoltai il suono. Lessi la parola.

Il tutto in tre giorni. Non morii, né, tantomeno, servì la risurrezione.

Anzi, a dirla tutta mi sento pure in gran forma.

 

È strano che dopo un weekend di quelli in cui assapori il tatto, l’olfatto, l’udito, il gusto (non mi viene il quinto, che figuraccia) ci si senta di esprimere il sole che trapassa i vetri (a fatica, a dire il vero, per colpa della solita pioggia meneghina che me li sporca, porca miseria ma tra qualche giorno ci penseranno gli orsetti lavatori, altroche se ci penseranno) e illumina e si diffonde e si inerpica per i muri fino al soffitto e poi mentre dormi ti coccola e ti scalda, anche se pure il piumone fa la sua parte e ad un certo punto ti devi scoprire perché stai sudando ma mioddio ho sempre amato dormire coperto fino al naso pure ad agosto, figuriamoci ora che siamo solo a maggio.

Cinefilia, musicologia, degustatologia, librologia, paperottologia e poi ancora tutti i neologismi che volete infilarci in questa enorme scatola multisensoriale. Perchè ce n'è sempre uno in più da infilarci dentro.

Ah, prima dell’uso non leggere alcun foglietto illustrativo.

E ricordate, ingurgitate il tutto in un colpo solo.

 

[* niccolò machiavelli, il principe]

                                                                                                                                                       




permalink | inviato da il 23/5/2004 alle 20:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


19 maggio 2004

intt tpr man zsc

Io dettavo, la testa bendata e dolorante, lui scriveva e anche correggeva – egli era in fondo il vero scrittore, mentre io ero solo l’autore.

[Nietzsche, Umano troppo Umano]

Nel mondo dei tasti esistono tasti più consunti di altri. Sì, ad una prima occhiata possono sembrare logori e senza più nerbo, convessi e asimmetrici, certamente senza la brillantezza dei loro vicini di posto, posto che nessuno di essi ha scelto ma che deliberatamente la determinazione ripetitiva dell’essere ha definito, laddove nessuno può alzare gli occhi e rifiutarsi di assolvere al proprio compito nella propria esatta, esattissima posizione nella distribuzione sociale.

Nel mondo delle foglie esistono foglie totalmente asimmetriche, di natura indefinita e geometricamente imperfetta. Queste foglie, distribuite senza alcuna regola, retro di arazzi che non riusciremo mai a capovolgere, cedono alla prima pressione, per posarsi ruotando su se stesse su terreni improvvisati e incauti. Spesso queste foglie si accartocciano, e dalla loro hanno la libertà. Libertà non di decidere della propria fine, né di definirne l’autore o le modalità, ma libertà della totale indeterminazione, fino all’ultimo istante, di ciò che sarà di loro.

Qui ogni parola è vissuta, profondamente, intimamente; non mancano i tratti più dolorosi, vi si trovano parole che sono addirittura insanguinate [..]. La mia abilità è di essere stato molte cose e in moli luoghi, per poter divenire uno – per poter raggiungere l’unità. Ho dovuto essere anche un dotto, per un certo tempo.

[Nietzsche, Le considerazioni inattuali]

 




permalink | inviato da il 19/5/2004 alle 23:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


17 maggio 2004

due di pomeriggio

È terribile.

Mi hanno punto le prime zanzare. E stanotte non ho dormito un cazzo. No, non è neppure colpa delle zanzare. Ma porca miseria, ma come si fa, ho perso la mia maglia del pigiama.

Stanotte non ho dormito un cazzo. E la colpa di chi era se non della maglia del mio pigiama. Sparita. Giuro. Hai presente quando ti prendono quelle manie nevrotiche per cui devi devi devi assolutamente trovare quello che stai cercando. Guardato dentro e sotto il letto. Sbattuto fuori tutto quello che c’era negli armadi. Alzato sedie, capovolto cassetti, rovesciato armadi fuori dalla finestra.

Niente niente niente.

Posso dire, certo che lo posso dire, sono persona calma e razionale. Però ci sarà qualcosa da pensare dopo che hai indossato la tua bella maglia del pigiama fino alle due e passa del pomeriggio, causa sonno prolungato, e poi a mezzanotte quando decidi di riposare le tue ormai stanche stanchissime membra per il nulla concluso in una domenica qualsiasi, bè, insomma, difficile da spiegare con parole tue, ma non c’è nulla da fare, non c’è non c’è non c’è.

E non basta ribaltare il materasso, eppoi rifiatare e far passare quasi ventiquattrore e non la trovi lo stesso.

Che poi dite che questi non sono buoni motivi per imbottirsi di calmanti, calarsi qualche blisterone di tavor e piantarsi in gola un po’ di dio aulin, aspirina e coca cola per tutti.

Ah, non dimenticatevi di un nuovo pigiama, tutto intero per me.

 




permalink | inviato da il 17/5/2004 alle 23:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (53) | Versione per la stampa


16 maggio 2004

underground

Rigiriamo i bassi, fomentiamo le gallerie, scaviamo i pozzi e buttiamoci dentro cadaveri pestilenziali e senza più motivo di rimanere dove stanno. Abbattiamo gli odori con il cloroformio, non perché li copra, ma perché saremo noi a non sentirli calando nel sonno.

Da piccolo giocavo con la sabbia e non facevo mai le paraboliche per le biglie, mi annoiavano da morire. Scavavo col mio amichetto di giochi e ribaltavamo quel sistema due per due regalandogli un’altra dimensione, giù, dritti dritti in profondità. Volevamo trovare l’acqua, è vero. Un giorno ci capitò di trovare un misto nero melmoso. La mamma del mio amichetto urlò tutta schifata che quella non era acqua pura né tantomeno termale. Era solo acqua che passava dalle fogne. Acqua che aveva assorbito odore, colore e sostanza di ciò da cui era passata attraverso.

A noi andava bene lo stesso, in fondo era comunque la nostra scoperta, addirittura più sorprendente rispetto alla banale acqua che potevamo trovare tuffandoci qualche decina di metri più avanti.

Ricordo che in quella buca eravamo dentro tutti e due, e mi chiedo ancora come facevamo a starci, lì dentro, e a scavare contemporaneamente.

Nulla da fare, non riuscivamo neppure ad uscire. Ma d’altronde chi voleva uscire? Quello era il nostro nuovo gioco. Tutti ci guardavano, i bambini della nostra età ci invidiavano, le madri ci biasimavano, io e il mio amichetto facevamo gli esploratori, con quella finta nonchalance che i bambini rappresentano alla perfezione.

Uscimmo da quel cratere, perché così almeno a noi appariva.

Dovemmo ricoprirlo, tutto quanto, granello su granello, secchiata dopo secchiata.

E non ricordo se fu più bello fare la nostra scoperta o distruggerla, con le nostre stesse mani.

 




permalink | inviato da il 16/5/2004 alle 22:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


14 maggio 2004

(in)sanity assassin

Gentile omicida,

le scrivo con l’intento di farle cambiare idea. Vede, mi hanno insegnato quanto sia importante il rispetto per la vita e per la morte. Oddio, fatico a definirlo, questo è vero. Quei prodigi della natura che rispondono al nome di mi hanno insegnato quanto sia importante definire se stessi. Ecco, per la verità sono un dissociato. E già questa, di per sé, è una definizione.

Io ho ucciso, varie volte. Ed ogni volta ho provato un qual certo piacere, neppure granchè sottile. Io il mio piacere lo provavo tutto. E non vivevo di rimorsi pensando alla mia vittima. Ora mi trovo nella situazione di un impuro che tenta di ripercorrere la strada della purificazione battesimale, della virginalità trasparente. Eppure non basta, quell’acqua non basta.

Vede, gentile omicida, io non capisco più chi sia vittima e chi carnefice. Chi vittima del proprio rapitore e chi vittima del proprio rapito. Nulla, nulla, nulla. Quella benedetta sindrome, quella che risponde al nome dell’ottocentesco romanziere francese mi ha rapito e io posso dire, con assoluta verità, che nulla, nulla di nulla, potrà definire il peccato che io sto provando.

E non perché io sia qui, davanti ad uno specchio, no, non per quello io sarò, definitivamente e senza memoria, carnefice e vittima.

L’idea, quell’idea, è la mia. E l’omicida, definitivamente, ha le mie sembianze.

                                                                                                                                 




permalink | inviato da il 14/5/2004 alle 22:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (30) | Versione per la stampa

sfoglia     agosto       
 

 rubriche

Diario
cultura o bruttura
caro il mio wittgenstein
politica economia sui massimi sistemi
chi sono dove sono quando sono assente di me?
musica musica musica
oggi cucino io: nilus dalla padella alla brace
il confessionale
i racconti di mio cuggino
eXistenZ
4M

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

hydra
grim
arsenico
bloggopoly
calvin e gianfra in shockandawe
musk
bc
micca
harry
compagni di una vita liceale: cunctator
compagni di una vita liceale: oggi
compagni di una vita liceale: prosdo

tea
lapuntadelnaso
circonferenza

ilpostpiùbellodvdv

dailynilus, ovvero me stesso versione strillone

morris, compagno di una vita (ommioddio)

claudja
luigi castaldi

aria

ha salvato il mio blog, come farò a sdebitarmi?

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom