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  nilus ovvero finzione e realtà..surrealismo e volontà..
 
Diario
 


posologia: non prendere nilus troppo sul serio, rischio intossicazione da pseudo-concettualismo
 
are you experienced?
 
 
revolution 3/ nil us
 
 
perché nilus?

perché nilus è il nilo...
è un flusso... di parole...
di pensieri... di stati mentali
perché nilus è un nick..come poteva esserlo mr pink
perché nilus è anonimo
perchè nilus è un fumetto
perchè nilus è multiforme
perchè nilus è il disimpegno

 
 
scrivetemi a:
nilus1979@katamail.com
 
 
 
il razionalista
Il razionalista vive in un mondo empirico e fisico. Il razionalista è pragmatico e calcolatore.
Il razionalista è pratico e razionale. Il razionalista è lucido.
Ad un certo punto il razionalista si sente inabile a gestire la vita.
Il razionalista ha bisogno di bruciare il proprio cervello.
Il razionalista beve di solito.
Ma il razionalista usa la ragione.
Il razionalista pondera ciò che fa. Quando il razionalista non pondera ciò che fa non fa mai stronzate allucinanti.
Il razionalista ha bisogno di allucinogeni. Il razionalista ha bisogno di non controllo.
Il razionalista ha bisogno di vivere una vita surreale.
Il razionalista non deve pensare ciò che è bene e ciò che è male.
Il razionalista deve fare ciò che l’istinto ordina. Il razionalista deve morire.
Al posto del razionalista deve nascere un semi-allucinato-razionale.


20 gennaio 2013

Lombrosiani

Certo che Sechi e' veramente orrendo. Neanche Riccardi se la passa cosi' bene. E Boateng gioca fuori ruolo, capperi.




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20 gennaio 2013

Piattaforma. Il Cannocchiale 10 anni dopo.

Il cannocchiale 10 anni dopo. Vediamo che succede.

Il ciccione in parlamento (ancora per poco), orfini dirigista dell'apparatchik, una pletora di ragazzi del 2003 ora in giornali varie ed eventuali con idee varie ed eventuali, i neocon dispersi, berlusconi ancora li' e bersani prossimo ad un posto al di sopra di se', baggio ha smesso di giocare e per fortuna, in parte, anche d'alema veltroni bossi.

Ps: monti alle politiche e maroni alla regione?




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10 novembre 2009

Suinerie - L'influenzato

Allora, facciamo un rapido avanzamento, come si dice dalle mie parti.

La settimana scorsa la suina mi beccai, e a 40 e rotti arrivai.
Sopravvissi al timore e al tremore, riso lesso ingurgitai e di seguito al cesso andai.
Vivo sono vivo, il mio bimbo sano è, lo sposalizio salvo sarà.

Dio è grande.


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28 ottobre 2009

Downsizing - Le puttane in giacca e cravatta (non) stanno cambiando

Tagliatori di teste, unitevi, che in tempo di carestia ogni testa va buttata via.
Nel mondo dei mostri siamo tutti cordialmente determinati, filosoficamente un solo verbo, musicalmente la solita litania - efficienza, rigore, saving, downsizing, ristrutturazione, turnaround.
Li seghiamo tutti, beviamo sangue, mangiamo umana angoscia, collochiamo, rispolveriamo, eliminiamo.
E la notte tranquillamente dormiamo.


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28 ottobre 2009

Brevi pensieri di ritorno

Ho compiuto 30 anni, ho un figlio di 1 anno e mezzo, tra poco mi sposo e in fondo questi 5 anni dalla fine di nilus, tra un gratto e un’orecchia, sono proprio volati.


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25 settembre 2004

oggetto: dimissioni

Con la presente comunico le mie dimissioni con decorrenza immediata.

Ringraziando saluto distintamente.

 




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18 settembre 2004

cani, cagne, topi e scarafaggi

Ho un cane nel mio squallido appartamento metropolitano.

E’ un cazzo di bastardo, piccolo e brutto, abbaia in continuazione ma non fa paura neanche ad un gatto stronzo che gira per cornicioni e corridoi del condominio. Io volevo un pitbull. Un bel cagnaccio enorme, cattivo, sanguinario, con cui far azzannare qualunque vecchia incartapecorita che passa per la strada.

La mia padrona di casa me l’ha proibito, perché secondo quella scassacazzi succhiacazzi un pitbull è pericoloso e sporca dappertutto.

Che cazzo ne sappia lei, di cani, cagne, scarafaggi e topi d’appartamento, io proprio me lo chiedo. Io lo so che quella stronza pettegola non fa altro che spiarmi. Io lo so che non aspetta altro che mettere il suo sporco muso oltre la mia porta solo per curiosare e spifferare tutto quel che faccio ai miei fottuti vicini. Sì, io lo so che lei mi spia e controlla ogni mio movimento.

Direi che è arrivato il momento di darle una giusta lezione, a quella troia.

Domani le faccio saltare in aria la macchina. E se non capisce pianto una pistola alla tempia di quell’idiota handicappato di suo figlio.

 




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11 settembre 2004

quella mano sulla patta ovvero la bella fagiana

Per cacciare abbondantemente cacciare è necessario ingozzarsi di cibi ricercati e ipo-salutisti di prima mattina.

La pratica della caccia, quella per cui imbracci il tuo fucile, ti vesti con quelle belle divise selvagge e ricercate, quelle di cui vai fiero.

Imbracci il fucile a pallettoni, indossi munizioni come fossi un impiccatore, cammini duro, giungi al bosco della tua fantasia, prosegui lungo il cammino selciato segnato sembrato. Colpisci fuoco fiamme eternità, spari ammazzi finisci divori sul luogo.

La fagiana la incontri come un omicida qualunque lei vittima qualunque, colpo secco alla testa poi potresti ingozzarti del suo cuore piume corpo carne bevendone sangue bollito.

Spari nel mucchio per farla un po’ fuggire, poi la rincorri la placchi la poni faccia a terra inizi a toccarla lei desiderio fatta carne becco e piume.

Quali zampe, nessuna zampa, solo mani e piedi, così il cacciatore la vede così lei è. Lei lei lei appoggia la sua mano sui bei pantaloni da cacciatore di lui, sale fino alla patta, lo accarezza fino all’eccitazione reciproca. Le lingue si cercano, le labbra accarezzano ogni parte, i corpi si dimenano, fino a prolungarsi nell’unica unione possibile, quella per cui non c’è limite alla carnalità, non nominate la parola paura timore pudore.

La bella fagiana si fa possedere lì nel bosco, ansimano, si lasciano andare, giungono al fine al punto definitivo per poi, sudaticci con le piumette addosso, riprendersi tutto quello che hanno abbandonato, nell’unica variante possibile: lui raccoglie le piume di lei, lei raccoglie i vestiti e il bel fucile a pallettoni di lui, pronta a non far fuoco e riunirsi, lei, bella fagiana, con lui, il carnivoro cacciatore. 

 




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10 settembre 2004

Strategie contro l’architettura puntata prima di

[sottofondo, gracidare di krakrt, sordi e acuti stesso tempo]

Klank Friiiiz Buurrrd Krank Kiir Fzyzte

 

Abbandonato messianesimo domenicale, dove domenica sta a settimana come dio sta a terra, non pervenuto.

Inguaribile ottimista, credo nella crepapelle di qualsivoglia arpagone arragione ha raggione ha ragione in quanto ogni incrementalismo successivo a nostre esistenze muore muoiono fenicotture confetture miele formaggio e mostarda, o forse solo soletta sola sòla moutard.

Campiamo carrampiamoci carrampana con una una e nessuna di centomila errrre.

Crepiamoci la pelle, gongolati satinante di cremina ad uso e disuso di forse un qualche percento perceto percepito persiceto tutto ceto cetaceo bronzino brrr brrr breton brasil brazil bragato imbragato.

Imbragato, come imbranato. Ma imbragato.

Sì, imbragato. Imbragato, imbragatto.

Imbragato.

 




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3 agosto 2004

hiroshima’s restaurant

L’edificio aveva una strana forma a doppio camino. Di cemento, enorme com’era, dominava tutta la vallata, e io da piccolo non vedevo l’ora di avvicinarmici, che di cose meravigliose e fantastiche me ne avevano raccontate eccome. Pesci a tre occhi, uomini che cambiavano volto appena appena quei due camini sbuffavano di quel vapore denso e colorato. Era la sagra della mia fantasia, e tutte le creazioni che l’immaginario di un ragazzino di sette anni riusciva a produrre nascevano indubbiamente da pensieri scrupolosamente rivolti a quella spianata.

La cosa più strana in quell’area di qualche chilometro quadrato era un ristorante, dal nome un po’ esotico e misterioso, l’hiroshima’s restaurant, gestito da un signore un po’ panciuto con mefistofelici baffi e con la bocca sempre sorridente.

Si diceva che bollisse tutte le sue pietanze nell’acqua che usciva dal doppio camino e che veniva rubata da un piccolo tubo che la portava direttamente in cucina. Si diceva anche che bollisse tutte le pietanze nell’acqua che usciva dal doppio camino perché il gusto e il sapore che quell’acqua speciale sprigionavano erano impagabili, quasi inaccettabili per chi era abituato a risaie e poco altro.

Qualcuno sosteneva che quella fosse acqua maledetta, che cambiasse il dna, così dicevano nei loro tormentoni di paese presi a prestito da quello che leggevano chissà dove, e in fondo io non ci ho mai creduto, anche perché a sette anni neppure sapevo cosa fosse, questo dna.

Ricordo che un brutto giorno di quasi vent’anni fa quel doppio camino venne chiuso, e non ne capii neanche il perché.

Quello strano ristorante, nato con quell’acqua che donava vita, morte e miracoli, non poteva che morirne quand’anche la fonte avesse esaurita la propria vena.

Quanto al signore dai baffi mefistofelici, sparì nel nulla e qualcuno addirittura sostenne che mai era esistito, generato dai fantasiosi fumi di quella portentosa acqua.

A distanza di tanto tempo il doppio camino si vede ancora, simulacro da museo paesaggistico, mentre guida la pianura con la sua ingombrante e affascinante personalità.

                                                                                                                          




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1 agosto 2004

ci sono uova

[storia anacronistica di metafisica bucolica]

Erano i giorni della luna a mezzo, e in fondo la luna neppure si vedeva. Troppo forte il sole in quello spaccato inciso tra collina e pianura, perfettamente intersecato, perfettamente dis-armonico e ardito in quei paesaggi pluralisti e sospesi.

Erano i giorni in cui ci si imbarcava per navi a carbone con equipaggi vintage, locomotive sbuffanti guidati da macchinisti con quei buffi berretti blu a visiera piatta.

Erano i giorni in cui si scappava da se stessi, o meglio, si scappava da alter-ità personali, di personalità e vite quasi dimenticate. Si prendevano pochi stracci, li si buttava alla rinfusa dove capitava e si andava alla ricerca, lanciandosi in camminate improvvisate e saporite, come tutte quelle bacche raccolte per strade circondate solo da alberi, verde e cimiteri.

Si vagava tra una curva e l’altra, fossero esse cieche a rischio scontro, fossero esse visibili e calcolabili, magari a spanne.

L’immanenza, in mezzo a tutto quell’animismo naturalistico, venne generosamente concessa da un soggetto cartaceo rettangolare e impreciso, dipinto a mano, rifinito con la passione di chi non vive che per quel “ci sono uova”.

Null’altro. “Ci sono uova”, e la parola, stranamente, si fermò.

Non c’era altro da dire, null’altro.

                                                                                                                                                                                                      




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29 luglio 2004

siamo tutti religiosi

Io ho la mia fenomenologia.

Credo in Dio, ma ho cambiato diverse religioni.

Sono nato ateo perché mio padre era un grande stronzo di bestemmiatore.

In riformatorio, attorno ai tredici anni sono diventato cattolico, per colpa di un figlio di puttana di prete che mi inculcava le sue cazzo di teorie e che, guarda caso, mi riempiva di regali.

Uscito dal riformatorio, dopo il mio primo omicidio sono diventato calvinista, che almeno un po’ mi pulivo la coscienza visto che il figlio di puttana che ho impallinato è morto perché doveva morire, secondo quell'abiurato di un Dio calvinista.

Per riciclare un po’ di denaro sporco e per pulirmi la fedina penale con un bel cambio di vita di quelli modaioli al punto giusto ho costretto un stronzo muso giallo a creare un centro buddista dove nascondermi e fare qualche soldo, e sono diventato buddista.

Quando mi hanno sbattuto in prigione, per non farmi ammazzare da quegli sporchi negri sono diventato musulmano come loro, abbacinato dalla storia del paradiso delle vergini che si fanno scopare quando lo voglio, come gli animali.

Una volta evaso, da buon figliol prodigo sono tornato alla buona vecchia religione di casa, l’ateismo.

Ora sono entrato in uno di quei gruppi satanici, in cui sacrifichi qualche troia di vergine all’anno (prima te la scopi poi la ammazzi con le tue mani), ti diverti ad evocare Satana e ammazzi qualche sporco negro come sacrificio animale.

E non venitemi a parlare di Siddharta, di Hesse e dei suoi cazzo di cambi di vita.

Che si fotta nella tomba, quello stronzo scribacchino. 

                                                                                                                                                     




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28 luglio 2004

gravità newtoniana (salamandrina)

Qui si parla di nuvole scese d'improvviso, di quelle che ti circondano tutto d'un colpo e che ti nascondono pure i piedi, per cui uno non sa neppure più dov’è appoggiato.

Sembra di essere in un campanile altissimo in cui scruti l'orizzonte coperto da nebbia e una buona dose di umidità, di quell’umidità che fai fatica a respirare e rimani sempre col fiato ridotto.

Quel campanile è un campanile così alto che non si riesce neppure a vederne la base, e la cosa peggiore è che non ha neppure i parapetti, per cui l'unica soluzione è camminare carponi, intorpidito dal terrore, fino a quando la nostra tipica (in)coscienza ci fa alzare senza remore, quasi che nessuna vita valesse la pena essere vissuta.

La realtà è che ciò che viviamo è composto di chiavi perse, cervelli in fuga e cuori ricuciti e ogni tanto capita che un goccia di sangue attraversi una di queste cuciture ben rattoppate e attraversi di soppiatto tutto il nostro corpo, centimetro dopo centimetro, bruciando più del dovuto, fino a quando un signore (in)distinto con la bombetta e un sorriso sulle labbra ci si avvicina, appoggia la lingua laddove la goccia sta giungendo e lenisce il dolore, rinfrescando quel solco segnato.

Quel solco, rigato alla vista e ruvido al tatto, è l’accumulazione di tipologie di linguaggi che ci ostiniamo a decrittare da veri anatomisti, da veri patologi dell’espressività più artigianale e veritiera, quella, per dirla tutta e senza remore, quella istintiva ed assassina, quella che uccide il padre per poi fermarsi ad osservarne il cadavere, tra sdegno e fierezza.

                                                                                                                                                                                                              




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26 luglio 2004

psico-patologia animale: il mio cane gaetano

Gaetano era il mio cane, uno di quelli senza pedigree, bastardo fin che si vuole, certo, ma da quando, pochi mesi prima il mio amico Arcangelo me l’aveva regalato, mi ci ero esaltato come un bambino con un giocattolo nuovo.

Era un cagnaccio bello grosso, tutto nero con le orecchie a punta da lupo, giovane e zampettante. Non faceva altro che saltarmi addosso ricercando carezze e regalando leccate da uccidere mosche e zanzare, con quella sua lingua rossa e carnosa, meglio dei vecchi schiacciamosche. In fondo qualche scarpata gliela tiravo pure, non sopportavo saltasse addosso in quel modo così scomposto e travolgente. Però era il mio adorato, e in quei pochi mesi in cui ci convissi mi ci affezionai, come si dice, proprio come ad un cane.

Ricordo che quell’estate prenotai una di quelle vacanze marine con gli amici, e un po’ triste lo ero, perché quel bel cagnone stupido ma affettuoso non poteva venire con me.

Chiamai il mio compare, un losco figuro con gli occhi castani e i capelli mori totalmente mossi, quasi, ingestibili. Salimmo in auto, io, lui e il cane Gaetano. Imboccammo l’autostrada, ascoltando reggae e canticchiando alla maniera stranita e fumata di Marley.

Era giunto il momento.

Lo presi, lo accarezzai. Guardai il mio cane Gaetano per l’ultima volta, fino a specchiarmi in quegli occhioni verdi che mi continuavano a fissare speranzosi e felici. Ci fermammo in una piazzola di sosta nella Milano Alessandria, mi guardai intorno attento a non farmi vedere da nessuno, aprii la portiera della macchina e lui, scodinzolante come fosse un nuovo gioco, uscì.

Chiusi la portiera e dissi al mio compare di muoversi, che nessuno ci doveva beccare.

Dopo pochi secondi il bolide già superava, dimentico e sollevato, i 150 all’ora.

                                                                                                                                                                                           




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23 luglio 2004

apparizione

L’altra notte ho sognato. Forse un’apparizione. Spero satanica.

Il giorno dopo ho eseguito. Non ho ucciso il barbone che vive sotto casa mia. Né l'ho pestato a sangue.

Ho visto un uomo. In una Mercedes. Non l’ho fatto per rivalsa verso i ricchi. Anch’io sono ricco. Ma quel bastardo aveva bisogno di una lezione. I suoi occhi supponenti e snob non li sopportavo. La rabbia è salita dentro di me. Ho tirato fuori il mio coltello a serramanico e gliel’ho piantato nella schiena. Sì, l’ho aggredito alle spalle, da bravo figlio di puttana di un Bronx qualunque.

Qualche urla. Un’altra coltellata. Un calcio in bocca.

Poi sono scappato. 




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21 luglio 2004

mr charlie

Di Mr Charlie non ho ancora parlato. Ha gli occhi pesti, qualche capello bianco e una cicatrice sul braccio che ricorda una vecchia storiaccia con il suo spacciatore di fiducia (quel fottuto figlio di puttana gli aveva venduto una partita avariata, quel bastardo).

Mr Charlie è completamente andato. Il suo cervello ormai non risponde più agli stimoli delle persone normali come me (quelli con una fedina penale sporca ma non troppo, criminale ma non troppo, assassino ma non troppo). Sarebbe pronto ad uccidere e sparare per una sigaretta non accesa o per un cocktail preparato male.

Insomma è un gran figlio di puttana succhiacazzi di cui è bene non essere mai socio. Non si sa mai se un giorno Mr Charlie si sveglia e decide di farti saltare il colpo perché si mette a gridare e sparare in strada senza motivo, oppure se fa saltare le cervella di un commesso solo perché lo ha guardato in faccia.

Dovrei scaricarlo, magari in una discarica con qualche pallottola addosso.

Ma Mr Charlie è un amico, e io sono un uomo d’onore.

 




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20 luglio 2004

soldi e rispettabilità a buon mercato

Ho bisogno di soldi. Cerco di arraffarne in ogni modo. Non per l’eroina, che non mi costa un cazzo.

La realtà è che ho la necessità fisica di rubare, di sentirmi ricco. Voglio entrare nel giro che conta e passare la barricata dell’omicida. L’omicida è un esecutore, un lavoratore dipendente. Nulla più. I veri soldi si fanno lavorando in proprio.

E io voglio diventare manager di me stesso e di qualche assassino prezzolato, possibilmente di un bel giovane con il sangue che brucia, da pagare poco e da fare lavorare molto.

Sì, ci sto pensando da un po’ a che ramo dedicarmi.

Quello degli omicidi è un lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare, rischioso ma molto ben remunerato. I fottuti figli di puttana di piedipiatti, poi, se fai fuori qualche altro stronzo criminale ti lasciano in pace. L’importante è non sgarrare con qualche scena alla mezzogiorno di fuoco in mezzo a bambini, madri e nonnette del cazzo. Insomma, lavoro chirurgico e silenzioso e nessuno si lamenterà.

Le rapine sono una bomba ad orologeria: prima o poi vieni beccato, e nelle mie condizioni di fottuto ex-detenuto non è molto indicato.

Lo spaccio è un settore in cui ci sono troppi pesci grossi: mafia italiana, russa, cinese. Sarei solo un piccolo e stronzo anello della catena.

Sui rapimenti ho dei pregiudizi. Vanno contro il mio codice morale: troppo risalto mediatico.

Per diventare uno strozzino, oltre a qualche intimidatore senza scrupoli e fidato, avrei bisogno di molto cash, quindi lo escludo a priori.

Di rubare le fottute caramelle ai fottuti bambini non ne ho più voglia.

Sì, ho deciso. Assassini di classe.

Sta iniziando una nuova vita. Quella del criminale in giacca e cravatta, rispettabile e professionale, con in bocca un bel cubano e al dito un luccicante anello.

 




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19 luglio 2004

contrazioni muscolari indotte

Il fascino del deflusso di sé appare nobile e distaccato, e in fondo chiedersi perché le dita in quel modo naturale e sotto-ritmo sbattano contro muri improvvisati di tasti semoventi, ebbene, avrei addirittura l’ardire di sostenere che la parte per il tutto fatica a sostentare ciò che è sospeso attraverso quattro gambe color nero e forma circolare, tipo quei tubi metropolitani odoranti asfalto acciaio e qualche altro metallo fors’anche poco nobile ma così affascinante, d’altronde si parlava proprio di fascino, nevvero.

Il punto. Dovessimo soffermarci sul punto non riusciremmo neppure a girare la testa attorno a superfici sfalsate a segni sanguinolenti, saranno forse tutte quelle zanzare puntute spiaccicate sui muri da desideri omicidi che non riescono a trovare soddisfazione causa riflessi ritardati e accidia incipiente.

Mi chiedo, me lo chiedo sempre, sebbene con un quel ghigno da figlio di buona donna che tanto sollazza giovini signorine alla ricerca di chissà cosa, dicevo, me lo chiedo sempre, di quanti arrivano a questa riga e quanti ancora proseguano dritti senza in fondo avere alba di ciò che l’attore protagonista nonché sceneggiatore e regista di se stesso porta a compimento in quel turbinio poco incline al compromesso eppur ammiccante quanto basta. Quanti perseguono la strada dell’inconoscibilità, quanti si incamminano per sentieri che diradano non poco, o forse semplicemente molto molto meno.

Chiamateli atti di fede, perché altro non sono, neppure per me stesso.

Di atti di fede ne sia pur pieno il deserto, sotto forma di oasi alberate gonfie d’acqua, il punto, si diceva, il punto è arrivarci. Che basti una piccola curva di qualche grado goniometrico per perdere la direzione, in fondo non servivano gli euclidei per sostenerlo.

Che il paradosso si sublimi in una direzione conosciuta solo ex-post, che i piedi consumino palmi e dita, che si giunga al calice tra soli multicolori e squillanti scampanellii.

E che il resto taccia per sempre.

 




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18 luglio 2004

dignità di una sanguisuga

La birra l’avevo appoggiata nel frigo qualche giorno prima. Era rimasta aperta, ma in fondo era fresca e giallastra, il che, come condizione, bastava tutta quanta per scolarsela a forza disteso sul letto.

 

...Quand’ecco liberommi da quella satanica presa.

Il maligno mi aveva circuito, comprando la mia utilitaristica adorazione per nulla a buon mercato.

Il prete impugnò il crocifisso, la sua mano iniziò a volteggiare davanti a me, croce su croce. Io lo guardavo con occhio divertito, perché ancora dell’indemoniato non me l’aveva dato nessuno.

In fondo non perché frequentavo Robbie, vecchio porco incallito e sudaticcio, dovevo farmi esorcizzare...

 

Robbie mi saltò addosso. Come uno di quei cagnolini che si avvicinano alle cagnette mentre camminano per strada, uno di quelli che non molla l’osso fino a quando l’osso non gli viene ceduto. O fino a quando non gli arriva un calcio in faccia, indistintamente.

Io un po’ lo facevo fare. Osservarlo perdere ogni dignità era in fondo un grande spettacolo a cui molto di rado mi permettevo il lusso di rinunciare.

Ad un certo punto gli tirai uno spintone, corredato da una bestemmia e qualche insolenza, come spesso e volentieri si meritava. Lui cercò di reagire, dopodiché alla mia successiva invettiva contro lui, dio e i suoi fratelli, capì che non era aria.

Ripresi la mia birra sgasata, succulenta come non mai, ne sorseggiai un poco alla volta, dopodiché la rovesciai sulla testa di Robbie, giusto perché era un fottuto figlio di puttana pronto a tutto pur di poter scaricare i propri ormoni da cinquantenne depresso addosso a qualcuno.

E la moneta di scambio che offrivo a quel depravato valeva pure una buona quota di umiliazione quotidiana. Lui rise divertito, quindi saltò sul letto e iniziò, come suo solito, a strusciarsi.

Stavolta lo lasciai fare.

 

 




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7 luglio 2004

cane mangia cane

Non so se tutto iniziò da quel giorno in cui cominciai, quasi involontariamente, a farmi di coca.

Ma se dovessi analizzare gli anni seguenti con una certa calma e pacatezza alla luce di ciò che significò per la mia vita a venire l’uso (che ancora non si poteva definire abuso), non potrei che dire quanto essi furono segnati da quell’esordio così predestinativo. Sia chiaro, qui non si fa vittimismo spicciolo, né si cercano alibi di sorta, perché almeno un po’ ci si gode sopra una storia così.

Certo, non fu un caso che a 14 anni, poco dopo essermi incipriato il naso, per uno stupido battibecco con un mio compagno di scuola semplicemente decerebrato a cui neppure avrei dovuto rivolgere un misero miserrimo sguardo tanto era il “palla di lardo” di turno, dicevo, non fu un caso che gli piantai le mani al collo quasi a soffocarlo spaccandogli naso e labbra a forza di testate.

Non fu neppure un caso che passai il mio bel mesetto di riformatorio, ben meritato, in fondo in fondo, di fronte a cotanta giovanil-ferocia.

Il decerebrato venne pure portato all’ospedale, grida da una parte urla dall’altra, professoresse che mi intimavano di non avvicinarmi, manco fossi uno di quei serial killer come ne avevano visti in troppi libri e film, qualche “assassino” urlato qua e là, ma in fondo i cari spettatori della scenetta se la stavano pure spassando, secondo me, da veri turisti da strage. E come dare loro torto. Io forse avrei fatto anche peggio.

Ok, avevo deciso. I paradisi artificiali non erano più per me.

Tutti d’accordo, certo. Infatti qualche cazzo di stronzo giorno dopo mi imbarcai nella più grande cazzata della mia vita e mi piantai una bella pera di ero nelle vene. Lo feci con classe, questo sì. Niente scene alla trainspotting, niente dipendenza stretta, giusto qualche significativo calo psicologico, che, lo ammetto, mi porta a perdere coscienza delle mie azioni in modo incontrollabile, ma che ho imparato a dissimulare alla grande.

Ormai neppure dio si accorge quando il mio cervello si stacca e la mente si ottenebra.

Ah, non preoccupatevi, si campa lo stesso.

 




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6 luglio 2004

piccolo grumo bianco

Io non ho mai creduto alle predestinazioni.

Io mi faccio di coca da quando avevo nove anni. Ne trovai per caso in un cassetto della camera dei miei genitori mentre stavo cercando qualche moneta di qualche posto esotico chissà quanto lontano in cui mio padre si recava nei suoi viaggi di lavoro.

Trovai quella bustina e non capii cosa fosse, ma ovviamente ci infilai il naso, come sempre facevo con tutte le cose nuove e sconosciute. Ricordo che mi bagnai le dita e le intinsi in quel piccolo grumo bianco, dopodiché le portai alla bocca e mangiai ciò che mi sembrava zucchero con una naturalezza che ricordo ancora, nonostante ogni giorno mi chieda se sia tutto una grande invenzione che la mia (in)coscienza mi impone per diminuire l’atavico rimorso nei confronti di me stesso e di tutto ciò che mi circonda.

Mi ritrovo ora, a 24 anni, come si definisce un qualsiasi semi-tossico del cazzo. Di quelli che non moriranno mai di overdose. Di quelli che continueranno a campare piazzandosi qualche polverina tra le narici, per piacere fisico, psicologico o semplicemente perché s’ha da fare.

E non venitemi a parlare di sensi di colpa, gioventù bruciata e lisergici giochi.

Manco il fanciullino che è in voi li vive.

Che se fossi nato al tempo di quegli inglesissimi scarafaggi brucia-passato mi drogherei anche un po’ di più.

 




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4 luglio 2004

addì, 4 luglio 2004

La straniante torbidezza della memoria si manifesta in impazienti parole riemerse e ricercate, quasi a voler definire quell’intervallo di tempo spesso definito anno, altre volte etichettato come cifra di sé, e perché no, anche come piccolo cuneo con cui sbattere dentro nel calderone del presente, addì, 4 luglio 2004, ciò che si percepiva di questi tempi giusto giusto un’estate fa.

Quando quel piccolo vortice risucchia-pensieri un po’ datati si rimette in moto cosa chiedere di più che tuffarsi in quella suburbana e poco frequentata piscina all’aperto con qualche boa spaiata, corsie interrotte ad altezza sfalsata e il tepore che si prova immergendosi in quell’acqua chiamata memoria.




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1 luglio 2004

posologia

La lunga passeggiata iniziò quasi per caso.

Era mattina, in fondo una mattina come tante altre, forse semplicemente più calda e soleggiata. Non feci neppure colazione. Niente caffè, niente succo d’arancia, niente croissant di rito. Comprai solo il giornale, per poi lasciarlo infilato nelle tasche della borsa, come sempre in questo rituale che ripetevo da anni.

Quella mattina non accesi neppure lo stereo e di ciò neanche mi accorsi, nonostante la stranezza della situazione calatami addosso tutta d’un colpo.

La realtà era che non avevo una grande voglia di parlare. Non salutai neppure il giornalaio, mi diressi alla fermata del tram col pesante fardello alla spalla destra e con il telefono in mano come se aspettassi una parola che mai volevo giungesse.

Salii sul tram spingendo per sbaglio ma non troppo una vecchia signora che ogni mattina incrociavo lassù, in quella piattaforma semovente stracolma di sudore e parecchia mestizia.

Mi piantai tra finestrino e obliteratore, come sempre pronto ad estrarre e timbrare il mio biglietto vergine al minimo segnale di pericolo. Però quella mattina per quanto i miei occhi fossero fissi alla porta dubito sarei riuscito ad accorgermi di nulla, figuriamoci ad allungare le mie dita alla macchinetta.

Non ce la feci. Scesi alla prima fermata, mi diressi al primo angolo e vomitai tutto quello che avevo nello stomaco, tra l’auto-compiacimento tipico di chi ostenta la propria sofferenza e la soddisfazione per avere finalmente sparato fuori tutto quello che lo stomaco, da troppo tempo, tratteneva con un’avidità incontrollabile. 

                                                                                                                                                     




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24 giugno 2004

cosimo l’idraulico

Io Cosimo l’idraulico non l’ho mai visto. Accento pugliese, me lo immagino con barba un po’ incolta, qualche chilo di troppo e la camicia abbottonata anche d’estate.

Cosimo al telefono ha toni un po’ bruschi, tipici di chi non ha tempo da perdere e non vuole sentire troppe spiegazioni su tubi, boiler e chissà quant’altro.

Preventivi, pezzi di ricambio, lavori da disossar muri e piastrelle, nessun problema, ci pensa lui, lui e il suo fido aiutante, che chissà che faccia ha perché io mica l’ho visto, manco quello.

Il numero di telefono di Cosimo l’idraulico, che mi diede l’amministratore di condominio, faccia da piacione e accento meneghino, alto di statura e sempre pronto al consiglio tipico del buon padre di famiglia, lo conservo gelosamente da mesi nella mia rubrica telefonica, quasi abbia dovuto metabolizzarlo del tutto, cifra dopo cifra, prima di schiacciare quel bottoncino che mi ci ha fatto parlare per la prima volta venerdì scorso.

Da quel venerdì ne è passata di acqua sotto i ponti e dentro i tubi. Ma il boiler, sempre inagibile, non aspetta altro che le sue abili e decise mani compiano il miracolo, affinché le mie stanche membra possano finalmente evitare di godere del privilegio di congelarsi ad ogni doccia mattutina decidano di regalarsi.

 




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21 giugno 2004

mangiamoci a colazione

La mattina si svegliò. Le tapparelle facevano intravedere luci indistinguibili.

La luce, così flebile e fredda, nonostante fossimo in piena estate, non permetteva di delineare alcuna figura accanto alla sua. Era un’ombra nuda e cruda, come se ne vedono tante solo d’inverno.

Sì, era in effetti molto strano che in pieno agosto la camera da letto fosse così fredda e indecifrabile.

Si girò, pose la mano laddove lei doveva trovarsi. La sua mano si inumidì. Il torpore derivante dal sonno non gli consentì di capire all’istante. Alzò la propria mano e la sentì incrostarsi in un liquido a quel momento indecifrabile.

A quel punto realizzò. Non accese neppure la luce. Raccolse il coltello che trovò ai piedi del letto. Si avvicinò alla porta. Lo stomaco iniziò a contrarsi. Giunse al corridoio ed iniziò a vomitare, senza controllo ed esitazione.

Prese il coltello ed iniziò a ferirsi. Non ebbe il coraggio di affondare la lama. In realtà gli bastava solo scorgere il liquido rosso cadere ad ampie gocce a terra.

Non arrivò neppure alla cucina. Si distese a terra, con quel coltello in mano.

Chiuse gli occhi per riaddormentarsi. Respirò profondamente, appoggiando il coltello sul pavimento.

Cadde in un torpore improvviso. I sogni popolarono la sua mente.

Si risvegliò dopo qualche minuto e il coltello a striature rosse sembrò sparire, quasi non fosse mai esistito. 

 




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21 giugno 2004

deal done

Per quanto sia ipotizzabile, l’estensibilità del pensiero cerebrale verso lidi che di cerebrale hanno ben poco se non l’appendice, è questione da porsi esclusivamente in termini di parola riempita di soluzioni esportabili in maniera specifica, isolata e monopolista (per i teorici dell’economia sarebbe più corretto parlare di monopsonio, a dire il vero).

In realtà la questione da porsi è se parola, linguaggio e pensiero, l’uno mezzo degli altri in un circolo decisamente non spezzabile, dicevo, parola linguaggio e pensiero possano suscitare qualsivoglia conseguenza di natura fisica o rimanere astratta inerzia, perdendo di fatto, in questo secondo caso, quella forza propulsiva che chiunque abbia coraggio ed incoscienza di digitare un tasto su quel foglio bianco che ha di fronte a sè millanta ad ogni occasione.

La questione è ontologica, di certo. Provate, voi, ad eliminare la sostanza dell’effetto alter-dimensionale (ovverosia la fisicità) da parola, pensiero e linguaggio. Il “prodotto finito” che ne otterrete risulterà un bene castrato delle sue prerogative, oserei dire minato delle sue basi e ragion d’essere.

Tuttavia la questione, da ontologica, diventa di per sé finalistica. Il passo è breve. Il non-accadimento dell’essenza “effetto reale”, minando il peso specifico del risultato “prodotto finito” minerà a sua volta la logica (istintiva, razionale, metabolizzata, inconscia o quant’altro non importa) per cui si ricerca l’atto della fusione tra parola linguaggio e pensiero in uno o più corpi “materia fisica”. La sostanza di questo processo di natura degenerativa porterà in maniera diretta ed univoca alla negazione della motivazione e della causa per cui dare flusso a parola linguaggio e pensiero (pa-per-ling), giungendo, in-fine e in-principio, alla negazione stessa della trinità di cui sopra (pa-per-ling).

Per l’alimentazione della nostra trinità (pa-per-ling) e per il rifiuto di sterilità e nichilismo espressivi l’unica strada percorribile, risulta, in sé, quella della ricerca, maniacale, circolare ed infinita, della transustanziazione della trinità in “effetto reale”.

 




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19 giugno 2004

stardust, 11 giugno 2004

Premesso che:

1. il sottoscrivente aveva inoltrato domanda presso il consiglio criminale interglobale di stardust  per ottenere il beneficio della nomina ad alteratore professionale ai sensi dell’ART 3 D.L. 213/4002

2. la domanda si fondava sul fatto che lo scrivente stava svolgendo attività di praticantato pluriennale presso il dichiarato luogo di perdizione lunare

3. al consiglio criminale interglobale di stardust gli venivano date assicurazioni che non sarebbero sorti problemi in merito all’accettazione della domanda presentata proprio perché l’attività di praticantato rientra espressamente in una delle fattispecie previste dell’ART 3 D.L. 213/4002

4. in data 21 giugno 2004 lo scrivente si vedrà recapitare una lettera raccomandata del consiglio criminale interglobale di stardust con la quale si respingerà la domanda di ottenimento della nomina ad alteratore professionale con l’affermazione “ha già usufruito dei benefici sostanziali (sebbene non formali) di alteratore professionale, quale iscritto a luogo di pratica, culto e manipolazione ad imprescrittibile categoria pro-sofistificatoria (ART 3 D.L. 213/4002)”.

 

Ciò posto, lo scrivente chiede che questo ministero voglia annullare la decisione del consiglio criminale interglobale di stardust e ammettere il sottoscritto all’agognata nomina di alteratore professionale.

Allega:

a. copia della dichiarazione del luogo di perdizione presso la quale lo scrivente sta svolgendo l’attività di praticantato in questione

b. casistica annuale e documentazione sull’attività sofisticatrice dello scrivente stesso

In fede

ni(hi)lus

                                                                                                                                 




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17 giugno 2004

arsura

Oggi ho mangiato uno spiedino di pesce.

I gamberetti erano un po’ mollicci e salati, e non ho potuto fare altro che attaccarmi all’acqua gasata per cercare di lenire quella sensazione di arsura tra labbra, lingua e palato.

Oggi il piatto era scheggiato. Non ho ancora capito se la scheggia l’ho ingoiata oppure no. Ancora non sento nulla, magari un chirurgo tra qualche anno troverà un pezzo di ceramica scrostato diventato chissà cosa, proprio lì dentro, nella mia pancia.

Dello spiedino ricordo che c’erano tanti tipi di pesce, di cui però non conosco i nomi. Ma in fondo non ci tengo a darne, di nomi.

Il medico da cui andrò a farmi visitare mi farà l’anamnesi, mi regalerà un bel quantitativo di medicine e io inizierò, come sempre, a prenderne le prime, per poi lasciarle sul comodino, ad accumulare polvere su polvere che la notte inspirerò tutta quanta col mio naso, fino a morire di allergia, mia cronica, invasiva e splendidamente perenne compagna di vita.

Oggi ho tanta sete, vado ad ossigenarmi i polmoni con un po’ di acqua gasata.

 




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14 giugno 2004

il signore del piano terra

La signora del quinto piano la incontro ogni mattina mentre parla col signore del piano terra.

Il signore del piano terra, sempre in canottiera, vanitoso della sua capigliatura più che brizzolata, è in grado di attaccarti interminabili bottoni sulla porta condominiale che qualche disgraziato non chiude mai del tutto e di tutti i rischi annessi e connessi con questi brutti ceffi che ormai girano anche di giorno, sì, mica solo di notte, mi dice sempre, che magari ti si infilano per la porta e poi entrano in casa quando meno te l’aspetti e poi che non si dica che lui non l’aveva detto, no no.

Altre volte è capace di blindarti in zona cassetta delle lettere mentre tu, veloce come un ladro proprio per non farti beccare, smanetti più rapido che puoi la tua chiavetta. Sorriso di circostanza, sguardo distolto velocemente, primo passo di fuga, tutto sembra filare per il meglio. Poi la sua voce, tipo disgrazia che colpisce te, solo te, e nessun altro, perché ad esserne almeno in due ti smazzi a metà la tua quota di sfiga, porca miseria.

Peggio di quelle vecchiette so-tutto che si vedono nei film, il caro signore del piano terra prorompe in cascate di parole su clima, caldo, politica, rifiuti non differenziati, parcheggi e Navigli in degrado.

Una logorroica accozzaglia di luoghi comuni, pensiero da bar in salsa verde, qualche tocco di populismo e razzismo spicciolo e, ovviamente, l’espressione in faccia dell’esperto in tuttologia, di quelli che non capiscono come mai il mondo non abbia ancora riconosciuto il proprio enorme talento.

Decidi di ribattere? E’ finita, non lo schiodi più. Annuisci timidamente per andartene? Manco morto, peggio di un cagnaccio affamato, il signore del piano terra l’osso a forma della tua faccia non lo molla neanche a prenderlo a calci.

Che poi quei poveretti del quarto piano, sì, insomma quei poveri anziani soli, non so se lo sa, che l’idraulico per riparare un rubinetto distrusse i tubi di mezzo condominio riuscendo chissà come a farci finire dentro pezzi di muro e fors’anche qualche attrezzo, mi hanno detto, e così siamo rimasti senz’acqua per due giorni di fila, non so se si ricorda, guardi, un mezzo disastro. Che poi io, per carità, mica li accuso quei poveri vecchi, ci mancherebbe, però guardi, lo dico sempre io che certe cose bisogna farle fare a gente che le sa fare, mica come quell’idraulico che si vedeva in faccia che non ci capiva niente” così almeno il signore del piano terra mi raccontò, in uno dei suoi improvvisati simposi sugli scalini d’ingresso mentre io cercavo di sgattaiolare per quella porta di uscita chiamata salvezza.

 




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13 giugno 2004

history repeating

In un benestante paese di cinquemila anime del ricco nord-est le elezioni a sindaco si vivono con un basso profilo tutto friulano. Calma e tranquillità apparente, pochi cartelloni incollati a deturpare il verde e gli spazi di cui gode quell’agglomerato così vivibile, sembra che il paesino sia avvolto da parole pronunciate a bassa voce.

Sarà lo stato di attesa per risultati incerti come non mai, sarà la fredda dignità che una giornata di nuvolette un po’ maliziose riesce a trasmettere a tutto ciò che si trova sotto di esse, ma fare una passeggiata di un quarto d’ora e ritorno per recarsi al proprio seggio, nella vecchia biblioteca, infonde quella medesima sensazione di ovattamento che il piccolo centro vive.

Pochi candidati in giro a farsi vedere, in disparte, tra tensione mal celata e timidi scambi di sorrisi di chi non vuole apparire troppo invasivo e sovra-esposto nel giorno della scelta.

Fuori dal seggio la solita coppia di carabinieri, ad annoiarsi per difendere da chissà cosa quegli scrigni di futuro comunale, mentre chiacchiera di clima, vacanze e giornate al mare saltate con qualche elettore più socievole di altri.

L’ex-biblioteca, quella in cui a dieci anni andavo a spulciare per trovare vecchi numeri di Topolino anni ’70, persa la sua originaria forma e funzione, accoglie giovincelli al primo voto, esperti votanti quarantennali, ragazzi che brandiscono il proprio certificato elettorale stancamente fissandolo, quasi da un momento all’altro potesse cambiare forma colore o sostanza sotto i propri occhi.

Io ed E. entriamo, fingiamo di dare un’occhiata ai cartelloni esposti, o forse li guardiamo veramente, perché tutte le preferenze da scrivere mano a mano mica si possono ricordare a distanza di dieci minuti dall’ultima occhiata, per strada, a quegli orridi cartelloni.

Ci avviciniamo ai banchetti, con Martina ci lasciamo andare alle solite battute e sorrisi, non ricordo neppure su cosa, parte la procedura “signor …, si diriga alla cabina due”. Entro, momento di vuoto, partono le croci, poi via ai nomi. Riguardo le schede, il pensiero alla possibilità di aver sbagliato a votare, non si sa mai. Altra occhiata, rapida rapida, la mente è staccata, meccanicamente piego le schede, esco, sorrido ancora con Martina, “il signor … ha votato”. Aspetto E., usciamo dal luogo in cui anche se si parla sembra che ci sia solo un gran silenzio attorno, peggio di un cimitero.

Si torna verso casa. Un aperitivo per rimettere in sesto il naso otturato e per sciogliere un pò i muscoli dello stomaco ci vuole tutto.

 




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